da Moneyfarm – Il ritorno del rischio energia sui mercati

Il ritorno del rischio energia sui mercati

A cura di Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm*

Milano, 23 marzo 2026 La scorsa settimana Federal Reserve, Bank of England e BCE hanno lasciato i tassi di interesse invariati, in linea con le attese. Tuttavia, al di là delle decisioni formali, il conflitto in Medio Oriente ha già iniziato a riflettersi in modo evidente nel quadro di politica monetaria. Un primo segnale arriva proprio dalle votazioni: negli Stati Uniti, la Fed ha deciso con un margine di 11 voti a 1, con il solo Stephen Miran – di nomina trumpiana – favorevole a un taglio. Nel Regno Unito, invece, il voto è stato unanime, segnando un cambio di tono rispetto a metà febbraio, quando una parte significativa del board si era espressa per una riduzione. Indicazioni ancora più chiare emergono dalle nuove proiezioni macroeconomiche: la Fed ha rivisto al rialzo le stime di inflazione al 2,7% per il 2026 rispetto al 2,4% stimato a dicembre 2025, mentre la BCE prevede ora un livello al 2,6% contro l’1,9% indicato lo scorso dicembre, accompagnato da un ridimensionamento delle prospettive di crescita dell’Eurozona allo 0,9%. 

 

Parallelamente, anche le aspettative di mercato sui tassi hanno subito un deciso aggiustamento: nel Regno Unito si prezzano fino a tre rialzi entro fine anno, in Area Euro fino a due. Il protrarsi di prezzi energetici elevati delinea uno scenario complesso, caratterizzato da maggiore inflazione e crescita più debole. La durata di questa fase resta incerta e dipenderà in larga misura dall’entità dei danni alle infrastrutture energetiche e dai tempi necessari per il ripristino dell’offerta. Nel frattempo, i mercati stanno già iniziando a incorporare l’ipotesi di un contesto di energia costosa più persistente, pur rimanendo estremamente sensibili a qualsiasi segnale di de-escalation, con reazioni rapide che rendono difficile un posizionamento di breve periodo.

 

Per quanto il confronto con il 2022 venga spontaneo, riteniamo che le differenze siano rilevanti: i rendimenti obbligazionari partono oggi da livelli significativamente più elevati e le banche centrali appaiono più pronte a intervenire in presenza di nuove pressioni inflazionistiche. In termini di asset allocation, manteniamo un approccio prudente. In alcuni portafogli abbiamo ridotto l’esposizione alla componente obbligazionaria a lunga scadenza, mentre quella azionaria è rimasta sostanzialmente invariata. Il recente rialzo dei rendimenti obbligazionari – particolarmente evidente nel Regno Unito, dove i decennali sono passati da circa il 4,25% a quasi il 4,9% – apre tuttavia una riflessione sull’opportunità di aumentare nuovamente l’esposizione su questo segmento.

 

 

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