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inviamo di seguito e in allegato il commento “Medio Oriente: i mercati si preparano a un periodo di prolungata instabilità” a cura di William Davies, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments (+ foto).
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Medio Oriente: i mercati si preparano a un periodo di prolungata instabilità
A cura di William Davies, Global Chief Investment Officer di Columbia Threadneedle Investments
23.03.2026
L’intensificarsi del conflitto in Medio Oriente ha acuito le tensioni geopolitiche e provocato brusche oscillazioni dei mercati dell’energia. Poiché l’impatto economico dipende dall’andamento delle forniture di petrolio, gli investitori dovrebbero mantenere disciplina e concentrarsi sui fondamentali di lungo periodo, evitando di farsi guidare dalle notizie di attualità più volatili.
Nel nostro Global Outlook 2026, abbiamo evidenziato la crescente fragilità del quadro geopolitico globale.[1] A poche settimane dall’inizio del nuovo anno, il quadro è già stato messo alla prova. Dal punto di vista degli investimenti, la domanda principale è se il conflitto rimarrà contenuto o si evolverà in un’interruzione più prolungata, con implicazioni più ampie per i mercati globali. Il nostro ruolo è aiutare i clienti ad affrontare questi rischi con disciplina, man mano che questa situazione complessa e in rapida evoluzione continua a svilupparsi.
Prezzi del petrolio e impatto economico
I prezzi del petrolio hanno mostrato una notevole volatilità con l’evolversi del conflitto, quasi raddoppiando nei livelli più estremi. Sebbene tali mosse possano generare titoli di impatto sui media, non sempre riflettono la reale situazione economica di fondo. Se si ipotizza che i prezzi del petrolio rimangano elevati, l’effetto immediato è un aumento dei costi correlati. Questo fenomeno è generalmente interpretato come inflazionistico, sollevando preoccupazioni che le banche centrali possano dover inasprire la politica monetaria. Tuttavia, riteniamo che questa interpretazione possa essere fuorviante.
Riteniamo che i prezzi elevati del petrolio siano non tanto una fonte di inflazione persistente quanto più un’effettiva “tassa” sull’economia globale. La domanda di energia tende ad essere piuttosto inelastica. Le famiglie e le aziende non possono facilmente fare a meno di combustibile ed elettricità, quindi quando i prezzi dell’energia aumentano, una quota maggiore del reddito viene dedicata a coprire questi costi e il risultato è una riduzione del reddito disponibile. Da un punto di vista macroeconomico, questa dinamica sta riducendo la domanda piuttosto che generare inflazione. È vero che l’aumento dei prezzi del petrolio determina un aumento generale dei prezzi nel breve termine ma, al tempo stesso, frenano l’attività economica. Per questo motivo, considerare gli aumenti dei prezzi dell’energia esclusivamente come inflazione rischia di portare a una diagnosi errata del problema.
Durata del conflitto VS flusso di energia
Sebbene la durata del conflitto sia importante, in particolare da una prospettiva umanitaria, l’impatto economico finale dipende dal flusso fisico di energia. Il Medio Oriente è un hub fondamentale nel sistema energetico globale, con lo Stretto di Hormuz che funge da punto di snodo per le esportazioni dalla regione: circa il 20% del petrolio greggio, dei prodotti raffinati e del gas naturale liquefatto globale si sposta attraverso lo stretto.
L’economia globale può tollerare una forte tensione geopolitica, a condizione che il petrolio dal Medio Oriente continui a raggiungere i mercati internazionali. In questo caso, potremmo registrare prezzi più elevati e una certa volatilità, ma l’impatto più ampio potrebbe rimanere gestibile. Anche rotte di esportazione alternative, come il Mar Rosso, possono contribuire ad alleviare la pressione. Tuttavia, se i flussi di petrolio sono contenuti o limitati, la situazione cambia radicalmente. In questo scenario, l’impatto economico sarebbe molto più pronunciato e, in termini macroeconomici, probabilmente si otterrebbe la stagflazione: prezzi più elevati guidati dai costi energetici, combinati con un’attività economica più debole. Una combinazione di questo tipo complica il compito delle banche centrali e potrebbe pesare sui prezzi. In definitiva, ciò potrebbe indurre le banche centrali ad adottare un approccio più cauto, in attesa di valutare se gli aumenti dei prezzi dell’energia siano temporanei o persistenti prima di apportare significative modifiche alla politica monetaria.
Comportamento del mercato ed evidenze di divergenza
I mercati finanziari hanno finora risposto con un certo grado di resilienza. A livello aggregato, escluse materie prime ed energia, le principali asset class non hanno subito dislocazioni drammatiche. Dietro la superficie, tuttavia, si registrano divergenze. All’interno dei mercati azionari, ad esempio, diversi settori sono stati influenzati da forze diverse. Le società energetiche hanno beneficiato dei prezzi del petrolio più elevati, mentre un settore come quello dei software è stato influenzato da temi strutturali come l’ascesa dell’intelligenza artificiale.
Analogamente, i mercati obbligazionari sono rimasti nel complesso relativamente stabili, ma hanno registrato un certo livello di volatilità. Gli spread creditizi si sono ampliati moderatamente e alcuni segmenti del credito stanno mostrando una maggiore sensibilità rispetto al passato. In parti del credito privato e di altri mercati meno liquidi, stiamo cominciando a osservare segnali di stress.
Nessuno di questi sviluppi è esclusivamente attribuibile alla geopolitica, ma illustrano che i mercati potrebbero entrare in una fase più complessa e fragile, in cui la differenziazione diventa più importante.
Mantenere la disciplina
I periodi di tensione geopolitica spesso incoraggiano decisioni reattive. Le notizie cambiano rapidamente, il sentiment di mercato oscilla e gli investitori possono riposizionare i portafogli in risposta agli sviluppi di breve periodo, per poi invertire tali decisioni quando la situazione cambia nuovamente. La nostra esperienza suggerisce che queste reazioni di breve termine raramente producono buoni risultati. Ci concentriamo, invece, sulle prospettive di medio-lungo periodo e sulle aree in cui siamo più convinti. Il nostro posizionamento rifletteva un certo grado di cautela già prima dell’attuale conflitto e, ad esempio, le valutazioni in alcuni settori dei mercati del credito apparivano tese da tempo e i rischi più ampi erano già evidenti – tra cui la leva finanziaria nei bilanci dei governi, le dinamiche in evoluzione dei mercati del credito e i cambiamenti tecnologici strutturali. Pertanto, abbiamo preferito il credito più forte rispetto agli emittenti più deboli e abbiamo mantenuto un approccio relativamente conservativo all’interno dei portafogli. Tuttavia, quando abbiamo una chiara convinzione, siamo pronti a esprimerla nei portafogli. E laddove prevale l’incertezza, cerchiamo di proteggere i portafogli dal rischio involontario.
Navigare in un’era di volatilità geopolitica
Una realtà che gli investitori devono affrontare è che il rischio geopolitico sta diventando una caratteristica sempre più persistente del contesto di investimento globale. Negli ultimi anni, i mercati hanno ripetutamente dovuto affrontare eventi geopolitici, dalle tensioni commerciali ai conflitti e, in molti casi, i peggiori timori degli investitori non si sono concretizzati e i mercati hanno successivamente recuperato terreno. Questa esperienza funge da importante promemoria: raramente è saggio estrapolare l’esito più negativo da eventi ancora in corso. Allo stesso tempo, sarebbe ingenuo presumere che gli shock geopolitici siano sempre temporanei, per cui, a un certo punto, un evento può avere un impatto economico più persistente. La sfida per gli investitori è che raramente è evidente quale evento si rivelerà decisivo. Questa realtà rafforza l’importanza di disciplina, diversificazione e convinzione.
In sintesi
In definitiva, i mercati continueranno a reagire agli sviluppi in Medio Oriente, in particolare attraverso la lente dell’offerta di energia, in un contesto in cui la durata del conflitto resta incerta e la situazione è in continua evoluzione. Tuttavia, la variabile economica più importante è chiara, ossia se il petrolio potrà continuare a defluire dal Golfo. Se ciò dovesse accadere, l’economia globale potrebbe affrontare prezzi più elevati e una maggiore incertezza, ma probabilmente assorbirebbe lo shock. In caso contrario, le implicazioni diventano molto più gravi. Per gli investitori, la risposta appropriata non è di inseguire ogni titolo e movimento di mercato, ma di rimanere concentrati sui fondamentali, mantenere disciplina nella costruzione di portafogli e agire in modo deciso dove la convinzione è più forte.
Per ulteriori informazioni si veda il sito internet di Columbia Threadneedle Investments: www.columbiathreadneedle.it
A proposito di Columbia Threadneedle Investments
Columbia Threadneedle Investments è un gruppo di asset management leader a livello globale, che gestisce EUR 614 miliardi [1] per conto di clienti individuali, istituzionali e corporate in tutto il mondo. Il Gruppo, che si avvale delle competenze di oltre 2200 collaboratori, tra cui più di 500 analisti e gestori operanti in Nord America, Europa e Asia, offre un’ampia gamma di strategie azionarie, obbligazionarie e alternative, nonché soluzioni specializzate nell’investimento responsabile. Columbia Threadneedle Investments è parte di Ameriprise Financial, Inc. (Gruppo altamente diversificato e patrimonializzato quotato al NYSE da 1,4 trillion USD di asset), uno dei principali fornitori statunitensi di servizi finanziari.
[1] Al 31 dicembre 2025.
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[1] Columbia Threadneedle Investments, Prospettive macroeconomiche 2026: una linea più sottile, novembre 2025





