[ZI141124] Il mondo visto da Roma

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Il mondo visto da Roma

Servizio quotidiano – 24 Novembre 2014

Aforisma di lunedì 24 novembre 2014

Un sorriso non dura che un istante, ma nel ricordo può essere eterno.

Friedrich Schiller (1759 – 1805)


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Papa Francesco


Cristo, unica ricchezza della Chiesa
Nella Messa a Santa Marta, il Papa torna a invocare una “Chiesa povera” e umile, la “quale non brilla di luce propria”

Di Federico Cenci

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – È tornato a invocare una “Chiesa povera”, papa Francesco, nell’omelia della Messa celebrata oggi nella cappella di Casa Santa Marta. Ha preso spunto dell’episodio evangelico che propongono le letture del giorno. Gesù alza gli occhi e assiste all’ostentazione di uomini ricchi che gettano come offerte grosse somme di denaro, per loro superflue. Ma assiste anche al gesto umile di una vedova povera, che getta due monetine, ossia “tutto quello che aveva per vivere” (Lc 21,4).

In questi due atteggiamenti il Santo Padre rileva tendenze opposte, ma entrambe presenti come due piatti di una bilancia nella storia della Chiesa. Si tratta da un lato della Chiesa “che cerca il potere” e dall’altro della “Chiesa povera”, la quale non possiede altre ricchezze “che il suo Sposo”.

Analizzando la figura di questa vedova, il Pontefice sottolinea che “non era importante”, “non aveva lauree”, il suo nome “non appariva nei giornali”, perciò “nessuno la conosceva”. E spiega ancora Francesco: “A me piace vedere in questa figura la Chiesa che è in certo senso un po’ vedova, perché aspetta il suo Sposo che tornerà…”. Sposo che tuttavia, aggiunge, è già presente “nell’Eucaristia, nella Parola di Dio, nei poveri…”.

Una vedova, dunque, che “non brillava di luce propria”. Proprio in questo tratto Francesco vede “la figura della Chiesa”. “La grande virtù della Chiesa – aggiunge – dev’essere di non brillare di luce propria, ma di brillare della luce che viene dal suo Sposo. Che viene proprio dal suo Sposo. E nei secoli, quando la Chiesa ha voluto avere luce propria, ha sbagliato”.

Il Vescovo di Roma sottolinea poi che “alcune volte il Signore può chiedere alla sua Chiesa di avere, di prendersi un po’ di luce propria”, ma il senso di questo gesto risiede unicamente nella sua missione di illuminare l’umanità con la luce ricevuta da Cristo. “Tutti i servizi che noi facciamo nella Chiesa sono per aiutarci in questo, a ricevere quella luce”, spiega il Papa. “E un servizio senza questa luce non va bene: fa che la Chiesa diventi o ricca, o potente, o che cerchi il potere, o che sbagli strada, come è accaduto tante volte nella storia e come accade nelle nostre vite, quando noi vogliamo avere un’altra luce, che non è proprio quella del Signore: una luce propria”.

Pertanto, la Chiesa deve guardare alla vedova del Vangelo di oggi come a un modello. Deve quindi essere “fedele alla speranza e al suo Sposo”, “gioiosa di ricevere la luce da Lui”, essere “vedova” nell’accezione in cui è “in attesa, come la luna, del sole che verrà”. Il Papa afferma che “quando la Chiesa è umile, quando la Chiesa è povera, anche quando la Chiesa confessa le sue miserie – poi tutti ne abbiamo – la Chiesa è fedele. La Chiesa dice: ‘Ma, io sono oscura, ma la luce mi viene da lì!’ e questo ci fa tanto bene”.

Infine, il Santo Padre ha invitato a pregare “questa vedova che è in Cielo, sicuro”, affinché ci insegni a “essere Chiesa così, gettando dalla vita tutto quello che abbiamo: niente per noi. Tutto per il Signore e per il prossimo”. L’appello del Papa è dunque a essere “umili”: “Senza vantarci di avere luce propria, cercando sempre la luce che viene dal Signore”.

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“Padre Kuriakose e suor Eufrasia ci ricordano che l’amore di Dio è la fonte di ogni santità”
Papa Francesco incontra oggi, a San Pietro, i fedeli indiani di rito siro-malabrese venuti a Roma per la canonizzazione di ieri dei due Santi provenienti dal Kerala

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – “Per l’intercessione dei due Santi indiani, provenienti dal Kerala, il Signore conceda un nuovo impulso missionario alla Chiesa che è in India, affinché ispirandosi al loro esempio di concordia e di riconciliazione, i cristiani dell’India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna”.

Così Papa Francesco aveva salutato ieri mattina, durante l’Angelus in piazza San Pietro, i fedeli indiani venuti a Romaper la canonizzazione dei due nuovi santi Kuriakose Elias Chavara della Sacra Famiglia ed Eufrasia Eluvathingal del Sacro Cuore.

Questa mattina, il Santo Padre ha poi voluto dedicare ai pellegrini di rito siro-malabrese un’udienza speciale nella Basilica Vaticana, per unirsi al rendimento di grazie al Signore per l’elevazione agli onori degli altari dei due Beati provenienti dal Kerala.

Una Chiesa, quella del Kerala, che Bergoglio sente di ringraziare “per tutta la forza apostolica, per la testimonianza di fede che voi avete!”. “Ma grazie tante!”, ha escalamato, “continuate così! Il Kerala è una terra tanto fertile di vocazioni consacrate, sacerdotali. Avanti così, lavorando con la vostra testimonianza”.

Rivolgendosi poi ai pellegrini convenuti a Roma in gran numero, il Papa ha auspicato che le intense “giornate di fede e comunione ecclesiale” trascorse nella Città Eterna, “pregando anche sulle tombe degli apostoli”, possano aiutarvi “a contemplare le opere meravigliose compiute dal Signore attraverso la vita e l’attività dei nuovi Santi”. 

“Padre Kuriakose Elias Chavara e suor Eufrasia Eluvathingal, religiosa dell’Istituto femminile da lui fondato – ha sottolineato il Pontefice – ricordano a ciascuno di noi che l’amore di Dio è la fonte e la méta e il sostegno di ogni santità, mentre l’amore del prossimo è la più limpida manifestazione dell’amore verso il Signore”.

Infatti, padre Kuriakose Elias “fu un religioso attivo e contemplativo che spese generosamente la sua vita per la Chiesa Siro-malabarese, operando all’insegna del motto ‘santificazione di sé e salvezza degli altri’”.

Suor Eufrasia, invece, “visse in profonda unione con Dio, così che la sua vita di santità fu di esempio e sprone alla gente, che le diede il soprannome di ‘Madre orante’”. Un esempio, questo, rivolto a tutte le suore: “Che siano suore oranti!”, ha esortato il Pontefice.

E ha concluso ribadendo la speranza che “questi nuovi Santi vi aiutino a far tesoro della loro lezione di vita evangelica”. “Seguitene le orme – ha aggiunto – e imitatene, in modo particolare, l’amore a Gesù Eucaristia e alla Chiesa, per progredire sempre sulla via della santità”. 

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Il Papa riceve in udienza Al-Sisi, presidente della Repubblica Araba d’Egitto
Durante i colloqui, è stato ribadito che la via del dialogo e del negoziato è l’unica opzione per porre fine a conflitti e violenze

Di Redazione

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Questa mattina, Papa Francesco ha ricevuto in udienza privata, in Vaticano, Abdel Fattah Al-Sisi, presidente della Repubblica Araba d’Egitto, il quale, successivamente, ha incontrato cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato.

Nel corso dei cordiali colloqui, riferisce un comunicato della Sala Stampa vaticana, “ci si è soffermati sulla situazione del Paese, sottolineando la vicinanza e la solidarietà della Chiesa all’intero popolo egiziano nel corso del periodo di transizione politica”.

In pari tempo, prosegue la nota, “si è espresso l’auspicio che, nel quadro delle garanzie sancite dalla nuova Costituzione nell’ambito della tutela dei diritti umani e della libertà religiosa, si possa rafforzare la coesistenza pacifica fra tutte le componenti della società e continuare nel cammino del dialogo interreligioso”.

Successivamente, nel corso dell’udienza, “sono stati passati in rassegna alcuni temi di comune interesse, con particolare riferimento al ruolo del Paese nella promozione della pace e della stabilità nel Medio Oriente e nel Nord Africa”. Al riguardo, spiega il comunicato vaticano, “è stato ribadito che la via del dialogo e del negoziato è l’unica opzione per porre fine ai conflitti e alle violenze che mettono in pericolo le popolazioni inermi e causano la perdita di vite umane”.

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Speciale


“A Strasburgo il Papa parlerà in modo libero e forte”
L’arcivescovo della città alsaziana parla dell’imminente visita di Francesco alle Istituzioni europee

Di Anita Bourdin

STRASBURGO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – La visita di papa Francesco alle Istituzioni europee sarà una visita-lampo ma, non essendo previsti altri appuntamenti, avrà un impatto ancora più forte. Lo afferma l’arcivescovo di Strasburgo, monsignor Jean-Pierre Grallet, che accoglierà il Papa domattina, all’aeroporto di Entzheim alle 10.

Il Papa si  recherà alle 10.35 al Parlamento europeo, dove terrà un primo discorso, poi, alle 12.05, si recherà al Consiglio d’Europa per il secondo discorso.

È la seconda volta che un pontefice si reca in visita al Parlamento Europeo: l’8 ottobre 1988, San Giovanni Paolo II vi aveva pronunciato lo storico discorso sull’“anima dell’Europa”.

A colloquio con ZENIT, monsignor Grallet  ha affidato ai lettori sentimenti e speranze alla vigilia della visita del Santo Padre.

Come si svolgerà la visita di papa Francesco alle Istituzioni europee?

Il vescovo accoglie sempre il Vescovo di Roma, ed è quello che io faccio con gioia, anche se il Santo Padre non visiterà il senso stretto della diocesi di Strasburgo. Il tragitto da Entzheim non avverrà in papamobile, ma in un’auto senza targa: sarà un passaggio molto veloce, diplomatico e molto sicuro lungo un itinerario che non è noto in anticipo. Avverrà tutto in tre ore: il Papa arriverà alle 9.40 e rientrerà alle 15.50, pranzando in aereo. Quindi con lui non condivideremo il pane ma la speranza… La visita del Papa in Alsazia sarà all’insegna di una grande sobrietà, senza bagni di folla. Ciò conferisce ancora più valore alla sua disponibilità a pronunciare un discorso forte alle Istituzioni europee e all’Europa e a non mescolare questo messaggio con le altre realtà della vita pastorale. La Sala Stampa della Santa Sede ha annunciato i dettagli di questa visita e, allo stesso tempo, ha ufficialmente annunciato una visita pastorale in Francia per il 2015. Ma si tratta di due eventi distinti. Sono molto soddisfatto della visita del Papa e ne gioisco.

Gli strasburghesi non potrebbero rimanere delusi?

L’annuncio della visita del Papa ha suscitato un’enorme euforia che mostra la sua grande popolarità, anche in ambienti non cristiani. La gente pensava che il Papa avrebbe anche potuto fare un passaggio alla cattedrale,  che quest’anno celebra il millennio. Le persone hanno offerto chi un hotel, chi un ristorante, ed abbiamo ricevuto richieste di prenotazione. Il Papa ha confermato che avrebbe visitato il Parlamento Europeo e il Consiglio d’Europa e che si riservava la visita pastorale in seguito. Il Strasburgo sente onorata e confermata nel ruolo di Strasburgo di capitale europea. L’emittente pubblica France 3 Alsace trasmetterà la diretta della visita del Papa dalle 9.30 alle 12, quindi pressoché per tutta la sua durata. Anche KTO trasmetterà dalle 10:30, i due discorsi in diretta di papa Francesco. Tutti i cristiani e tutti coloro che desiderano, potranno radunarsi presso la cattedrale per vivere questo evento, per seguire in diretta su grande schermo questa breve visita e ascoltare l’intero discorso. Ma anche a pregare alle ore 9.30. La cattedrale sarà aperta ininterrottamente dalle 9 alle 14.

Cosa ci possiamo aspettare dalla visita del Papa?

Il Papa non viene a Strasburgo che per incontrare dei funzionari: è chiaro che rilancerà l’attenzione alla vita della giovane Europa, che ha solo pochi decenni. Sarà un bene per l’Europa, farà bene ai cristiani, penso che farà bene a tutti gli uomini di buona volontà che vogliono comprendere il messaggio. Non posso sapere in anticipo il contenuto dei discorsi del Papa, quindi sarà tutta una sorpresa. Non ho dubbi che avrà una parola libera e forte, naturalmente ispirata al Vangelo e alla dottrina sociale della Chiesa, e che non esiterà a denunciare le esitazioni del mondo occidentale. Mi ricordo quello che poté dire a Lampedusa…

Penso anche che il Papa ha ormai una buona esperienza internazionale: è andato in Corea, ha visitato un paese molto povero come l’Albania, conosce il dramma dell’Oriente e la sua terribile guerra, viene dall’America Latina, non è indifferente a ciò che sta accadendo in Africa. Ha quindi una visione globale e mondiale, e penso che saprà situare gli europei nel concerto delle nazioni, di fronte allo sviluppo di tutto il pianeta.

Sono certamente argomenti come questi che andranno ad alimentare la sua parola, per non parlare delle grandi questioni morali, le questioni sociali, delle quali è possibile che parlerà. Non credo che lusingherà gli europei. Invece, dirà loro: “Attenzione: avete la sicurezza, ma non è soltanto per voi”. Penso e mi aspetto che risveglierà la consapevolezza della nostra responsabilità nella comunità delle nazioni. Spero che comprenderemo le sue parole. Ho segni che sono abbastanza positivi: la sua autorità morale è indiscussa e tutti si sente onorato di accoglierlo.

La visita di papa Francesco concorda con la direzione del suo motto episcopale…

Il mio motto episcopale è Duc in Altum, e significa davvero ascoltare, portare fuori, non replicare, non gemere… prendere il largo!

Quest’anno l’evento più importante della vostra diocesi sono i mille anni della cattedrale, ma non è anche, in qualche modo, un “luogo europeo”?
Sì, la cattedrale è un luogo europeo, celebriamo una messa all’anno con l’Osservatore Permanente della Santa Sede. Tuttavia – molti non lo sanno – la grande vetrata del coro della cattedrale è stata offerta dal Consiglio d’Europa nel 1958: in qualche modo, quindi, l’Europa è al centro della cattedrale!
Speriamo in un messaggio di papa Francesco per la celebrazione del millennio della cattedrale, iniziato con l’anniversario della dedicazione, il 7 settembre 2014 e che si concluderà domenica 6 settembre 2015. La diocesi ha 14 zone pastorali – per 1,85 milioni abitanti, di cui 1,35 milioni di cattolici. Gli strasburghesi sono molto affezionati alla loro cattedrale ed ogni zona pastorale vi trascorrerà due giornate durante l’anno. Il 15 agosto sarà il momento culminante. Per il 15 agosto, ho fatto richiesta per un inviato del Papa, che porterà un discorso del Pontefice.

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Papa Francesco in preghiera dinanzi alla Vergine “Salus Populi Romani”
Come ormai d’abitudine, prima del viaggio apostolico presso le Istituzioni europee a Strasburgo, il Papa ha sostato dinanzi all’immagine mariana di Santa Maria Maggiore

Di Redazione

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Papa Francesco rinnova quella che è ormai una sua vera e propria abitudine. Alla vigilia del viaggio che lo condurrà a Strasburgo, in visita presso le Istituzioni europee, il Santo Padre si è recato alla Basilica di Santa Maria Maggiore, ove ha sostato dinanzi all’immagine della Vergine “Salus Populi Romani”. Ne dà notizia la Sala Stampa della Santa Sede, la quale aggiunge che il Papa ha domandato alla Vergine “la sua intercessione in favore del buon esito del viaggio apostolico”

“Il Papa – si legge infine nel comunicato emesso dal direttore, padre Federico Lombardi – si è trattenuto in preghiera silenziosa dinanzi alla Vergine per circa mezz’ora e ha offerto un omaggio floreale con i colori europei, di rose gialle e azzurre”.

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Santa Sede


Riforma della Curia. Il piano è pronto, si attende l’azione
Il Papa ha incontrato per tre ore, in Vaticano, i Capi dicastero per presentare le proposte di riforma formulate dal C9. Si parla di un ‘rimpasto’ delle Congregazioni e dei Pontifici Consigli

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – La “riforma della Curia romana” si conferma una delle voci più importanti dell’agenda di pontificato di Papa Bergoglio. Per ora rimane tutto sulla carta, ma il piano sembra essere pronto grazie all’incessante lavoro ‘dietro le quinte’ (neanche troppo) del cosiddetto C9, il Consiglio inizialmente di otto porporati – divenuti nove con l’aggiunta del Segretario di Stato Parolin – che proseguono nel loro studio delle strategie di revisione della Pastor Bonus.

Di proposte ne sono emerse parecchie durante le sei riunioni dei nove consiglieri del Papa (la prima ebbe luogo dal 1° al 3 ottobre 2013, l’ultima il 15-17 settembre scorso), raccolte per ora in un enorme faldone suddiviso per tematiche. 

Una bozza di queste proposte è stata presentata oggi ai Capi dicastero, ovvero prefetti e presidenti di Congregazioni o Pontifici Consigli della Curia romana, riuniti in Vaticano alla presenza del Santo Padre. All’incontro, che padre Federico Lombardi ha detto di essere durato per tre ore – dalle 9.30 alle 12.30 – erano tutti presenti tranne il cardinale Vegliò, presidente del dicastero per i Migranti, impegnato in una ‘missione’ all’estero, e il cardinale Zenon Grocholewski, prefetto dell’Educazione cattolica, assente per motivi personali.

Durante l’incontro – che ha cadenza periodica, all’incirca semestrale – il vescovo di Albano, nonché segretario del C9, mons. Marcello Semeraro, ha tenuto una breve presentazione degli argomenti del Consiglio. Nelle successive due ore i presenti hanno espresso il proprio parere in merito alla ‘bozza’ presentata.  Le diverse “opinioni” e impressioni, ha spiegato padre Lombardi, verranno poi tenute in considerazione nelle prossime riunioni del Consiglio di porporati, in programma per il 9, 10 e 11 dicembre prossimi. 

Sui contenuti del discorso di Semeraro e sulle reazioni dei Capi dicastero, il portavoce vaticano non ha dato notizia; tuttavia, qualche voce è già trapelata da giorni grazie ad alcuni insiders, a conoscenza anche di quanti granelli di polvere ci siano nelle stanze del Sacro Palazzo.

La notizia che circola ormai da mesi è sempre la stessa: un rimpasto generale che vedrà la soppressione di alcune Congregazioni e/o Pontifici Consigli, e l’accorpamento di altri in uffici dalle diverse sfaccettature. Come ad esempio il Pontificio Consiglio per la Cultura che assorbirà la Congregazione per l’educazione cattolica del 75enne Grocholewski, quindi prossimo al pensionamento. O la nuova super Congregazione in cui si fonderanno i dicasteri di Giustizia e Pace, per i Migranti, Operatori Sanitari, Accademia per la Vita e “Cor Unum” (intanto il cardinale Sarah è già stato spostato ieri al Culto Divino).

Sembra anche che il Pontificio Consiglio per la Famiglia sia destinato a sparire per ridursi ad un ufficio, guidato probabilmente da una coppia di sposi, congiunto al dicastero per i Laici. A proposito di quest’ultimo, si prevede un rafforzamento della sezione donna con un ente meglio strutturato capitanato da una donna, che seguirà le più importanti tematiche relative all’universo femminile: femminicidio, maternità, tutela della donna e della vita, e via dicendo. 

Se a Roma tutte queste rimangono voci, paradossalmente dalla Spagna un sito ha messo nero su bianco il piano di riforma Bergoglio, pubblicando oggi un lungo articolo che riporta addirittura stralci del documento letto stamane da Semeraro.

Secondo il testo riportato, nell’era post riforma, tutto il governo del Vaticano ruoterà intorno ad un unico “Consiglio di Ministri” composto solo ed esclusivamente da dodici membri, già ribattezzati i ‘dodici apostoli di Francesco’. Il fine è di dare una impronta “collegiale” dal respiro internazionale, che eviti un eccessivo accentramento in alcune ‘sedi cardinalizie’ e sradichi ogni velleità di ‘carrierismo’ intraecclesiastico. 

I “principi ispiratori” della riforma della Curia – si legge poi nel documento ripreso dal sito – indicano che tale organismo dovrà essere uno “strumento per l’unità di tutta la Chiesa”, rispettando tuttavia “la potestà dei vescovi diocesani e la giusta autonomia delle Chiese particolari”.

Il testo rimarca poi la necessità di una “razionalizzazione degli organismi curiali”, in modo che i dicasteri sopravvissuti non si attribuiscano le competenze gli uni degli altri”, e di una “semplificazione significativa della Curia”. A partire dalla Segreteria di Stato che fungerà da “organo di coordinazione dei dicasteri”, il cui capo – il Segretario di Stato, “primo collaboratore del Santo Padre” – dovrà stabilire “periodiche e frequenti riunioni con i Capi dicastero, il Concistoro ordinario e il Consiglio della Segreteria permanente del Sinodo”.

“Il lavoro della Curia dovrà essere sinodale” – afferma inoltre il documento – animato da una “spiritualità di servizio e di comunione” che dovrà permeare i diversi collaboratori scelti in base “a criteri ecclesiali”. Tra questi sacerdoti, religiosi e, soprattutto, laici “dalla comprovata vita cristiana”. Dei laici, sottolinea il testo pubblicato sul sito spagnolo, viene chiesta una presenza più massiccia, specialmente nei dicasteri dove la loro competenza ed esperienza si rende necessaria.

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Il cardinale Sarah nuovo prefetto della Congregazione per il Culto Divino
Il porporato della Guinea, finora presidente del Dicastero “Cor Unum”, succede al cardinale Antonio Cañizares

Di Redazione

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Papa Francesco ha nominato il cardinale Robert Sarah prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti. La nomina porta la data di ieri, Solennità di Cristo Re dell’Universo, ma è stata resa pubblica oggi dalla Sala Stampa vaticana.

Finora Presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, il 69enne porporato guineano succede al cardinale Antonio Cañizares Llovera, nominato a fine agosto arcivescovo di Valencia, la sua diocesi di origine. 

Nato in Guinea da famiglia cattolica, Sarah riceve l’ordinazione sacerdotale il 20 luglio 1969. Nel 1964 ottiene il Baccalaureato in Teologia e, successivamente, la Licenza in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma e una Licenza in Sacra Scrittura presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme. 

Nel 1979, San Giovanni Paolo II lo eleva alla dignità arcivescovile nominandolo a soli 34 anni arcivescovo di Conakry, capitale della Guinea. Riceve poi la consacrazione episcopale dal cardinale Giovanni Benelli, allora arcivescovo di Firenze, già Nunzio apostolico in Senegal.

Nel 1985 è eletto presidente della Conferenza Episcopale guineana.Il 1º ottobre 2001 entra a far parte della Curia romana, sempre per volontà di Papa Wojtyla che lo nomina segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli. 

E’ poi Benedetto XVI a nominarlo, il 7 ottobre 2010, a capo del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, succedendo al cardinale Paul Josef Cordes, dimessosi per raggiunti limiti d’età.

L’attuale Papa emerito lo crea infine cardinale nel Concistoro del 20 novembre 2010, con il titolo della diaconia di San Giovanni Bosco in via Tuscolana, di cui prende possesso il 30 gennaio seguente. Sarah è il primo cardinale della Guinea.

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“Noi, popolo orientato al futuro, siamo i veri progressisti”
Il cardinale Müller ribadisce la fondamentale importanza della relazione tra uomo e donna nel matrimonio

Di Deborah Castellano Lubov

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – “Il matrimonio non è una realtà che gioca un ruolo solo nella Chiesa cattolica, ma è importante per tutta l’umanità”. Lo afferma il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in un’intervista rilasciata a ZENIT, in occasione del Colloquio internazionale sulla complementarietà tra uomo e donna, svoltosi in Vaticano, il 17-19 novembre, con il patrocinio dell’ex Sant’Uffizio, in collaborazione con i Pontifici Consigli per la Famiglia, per il Dialogo Interreligioso e per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

***

Eminenza, potrebbe parlarci del Colloquio sulla complementarità tra uomo e donna e dei suoi obiettivi e di come il Santo Padre ha sostenuto questo congresso e indirizzato questa tematica?

Il Santo Padre ha parlato molte volte dell’assoluta importanza del matrimonio e della famiglia, per i bambini, per il bene futuro dell’umanità e, quindi, ha voluto indire due Sinodi. Per ora solo con i vescovi della Chiesa cattolica, ma, come vediamo dalla testimonianza comune di quasi tutte le religioni del mondo, la base è più ampia e profonda. Abbiamo perciò organizzato questo Congresso internazionale, durante il quale si sono riunite 14 religioni del mondo che rappresentano miliardi di persone. È stato un miracolo pentecostale vedere persone di tutte le culture e tradizioni religiose discutere insieme del matrimonio tra uomo e donna. E tutti ci siamo trovati d’accordo sulla stessa opinione e convinzione: cioè che la cellula per la buona evoluzione dell’umanità, per lo sviluppo delle persone, per le coppie, per le comunità è proprio la relazione tra un uomo e una donna e il loro amore per sempre.

Cosa spera che la gente apprenderà da questo Congresso?

Abbiamo alcune organizzazioni internazionali in alcuni Stati, che stanno promuovendo una visione in contrasto con la legge naturale che indicano il rapporto tra uomo e donna come un’ingegneria sociale, un costrutto sociale. Ma il matrimonio e la famiglia rappresentano la dignità di una persona, non un costrutto sociale dato da loro stessi per sentirsi più intelligenti di altri. C’è una forma di neocolonialismo la cui convinzione è di essere superiore nel mondo occidentale rispetto ai paesi sottosviluppati. Tuttavia, non possiamo avere un approccio unico per gli affari comuni e i problemi nel mondo. Dobbiamo rispettare tutto e tutti, e questa convinzione non può includere gruppi e formazioni ideologiche. Vogliamo essere come “l’insegnante di tutti”. Non possiamo dividere l’umanità tra insegnanti e discepoli. Ogni uomo ha lo stesso diritto di esprimersi e di vivere secondo le proprie convinzioni religiose, filosofiche, secondo la propria coscienza. Ma abbiamo una testimonianza comune. E tutta la storia della fondamentale importanza della relazione tra uomo e donna nel matrimonio sarà il futuro. Quindi siamo noi, come popolo orientato al futuro, i veri progressisti. Dobbiamo dare più speranza, un futuro nuovo per tutti gli uomini e la migliore base possibile, ovvero l’amore per l’umanità e il matrimonio.

Questo colloquio è in qualche modo legato al Sinodo o esso contribuirà alla prossima fase del Sinodo?

No, la programmazione è stata indipendente dal Sinodo. Ma abbiamo sempre avuto gli stessi obiettivi interreligiosi. Resta comunque un aiuto, credo sia un importante principio per la  teologia cattolica mostrare che il matrimonio non è solo un sacramento nell’ordine di salvezza, ma un frutto nella Creazione. È sempre stata una convinzione teologica che il matrimonio non è solo una realtà che svolge un ruolo nella Chiesa cattolica e nella vita ma è anche importante per tutta l’umanità.

Lei ha citato le altre religioni presenti al Colloquio. Come hanno contribuito?

Non solo altre religioni, ma tutte le altre confessioni, non solo cattolici. Abbiamo avuto numerose dichiarazioni da tutti i rappresentanti delle 14 religioni del mondo. C’è stata una buona comprensione reciproca. Ognuno ha avuto pieno rispetto per l’altro. Questo è molto importante per dimostrare come tutti ci stiamo inccontrando per compiere la stessa fondamentale missione.

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Inizia sabato l’Anno della Vita Consacrata
Il 29 novembre si terrà una grande veglia di preghiera nella basilica di Santa Maria Maggiore; domenica 30, verrà celebrata invece una solenne Messa in San Pietro

Di Redazione

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Prenderà il via sabato 29 novembre, con una grande veglia di preghiera, alle 19, nella basilica papale di Santa Maria Maggiore, l’Anno della Vita Consacrata, voluta da papa Francesco per fare anche memoria del 50° anniversario della Costituzione dogmatica Lumen Gentium e del Decreto Perfectae caritatis. 

Il giorno successivo, domenica 30 novembre – riferisce un comunicato della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata e le Società di vita apostolica – si terrà invece una Celebrazione Eucaristica, alle 10, nella basilica di San Pietro.

Un’impronta fortemente mariana caratterizzerà i due momenti di preghiera, che coincidono con l’inizio del periodo di Avvento. “Alla Madre di Dio – spiega la nota – modello e patrona di ogni vita consacrata, si affida la vita consacrata nelle sue diverse forme: Istituti religiosi, Istituti secolari, Ordo Virginum, Società di vita apostolica, nuovi Istituti”.

Le due celebrazioni si svolgeranno “nel cuore di Roma”, in comunione con tutte le diocesi del mondo in cui avranno luogo incontri di preghiera “per impetrare la grazia dello Spirito Santo che vivifica e rinnova la Chiesa”.

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Chiesa e Religione


La diocesi di Milano dona ai libanesi maroniti la chiesa di Santa Maria della Sanità
Il cardinale Scola ha affidato la gestione della chiesa al cappellano che ogni domenica celebra la Messa per la comunità libanese

Di Redazione

MILANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – La diocesi di Milano dona una chiesa ai libanesi. L’arcivescovo Angelo Scola e il patriarca di Antiochia e dei maroniti, Béchara Boutros Rai, hanno inaugurato ieri a Santa Maria della Sanità, in via Durini, la missione in cura d’anime per i fedeli di rito maronita. 

Il cardinale Scola ha quindi affidato la gestione della chiesa al cappellano che tutte le domeniche celebra la messa per la comunità libanese. Un gesto che vuole assicurare ai fedeli di altre nazionalità la possibilità di celebrare e crescere nella fede anche in un contesto diverso da quello originario.

L’iniziativa della diocesi ambrosiana, ha spiegato don Alberto Vitali, responsabile dell’ufficio diocesano della Pastorale dei migranti, “rientra nella normale gestione pastorale dei migranti”. “La Chiesa di Milano – ha soggiunto – mira ad accogliere al meglio le diverse comunità provenienti da Paesi esteri. A maggior ragione in questo caso, in cui si tratta di una Chiesa orientale cattolica”.

Distribuiti in tutto il mondo, ma con patria d’origine nel Paese dei Cedri, i fedeli maroniti sono in totale circa 3 milioni rendendo la Chiesa maronita la più grande Chiesa cattolica di rito orientale.

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Quale spazio per i cattolici nel dibattito pubblico?
Martina Pastorelli, autrice del volume ‘Come difendere la fede senza alzare la voce’, propone un’analisi a proposito di questo interrogativo

Di Nicola Rosetti

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Dopo averla recentemente intervistata, torniamo a parlare con la dott.ssa Martina Pastorelli, fondatrice di Catholic Voice Italia e curatrice del volume Come difendere la fede senza alzare la voce. Questa volta tratteremo con lei alcuni temi specifici del libro, in particolare quello del ruolo pubblico della Chiesa.

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“Ah va bene, tu la pensi così perché sei cattolico”. Quante volte ce lo siamo sentiti dire, come se fossimo cittadini di serie B o, mi passi l’espressione, dei “minus habens”! Quali sono secondo lei le radici “culturali” di questo snobbismo verso le posizioni dei cattolici?

Le ragioni di questo atteggiamento sono molteplici: forse la più recente è legata alla tendenza di confinare la religione a un qualcosa di meramente privato, soggettivo, il che porta a non riconoscere, come bene per me, il sentimento dell’altro.

Poi gioca certamente il fatto che l’unica forma di sapienza accettata sembra essere quella derivante dal pensiero scientifico, per cui tutto viene ridotto a fattore matematico e nulla si può dire su valori come l’amore, la giustizia, la rettitudine, ecc.

Causa non ultima è la grande misconoscenza delle verità della fede cattolica, che contribuisce notevolmente all’indifferenza e al sospetto verso la Chiesa e i suoi insegnamenti.

Per questo un lavoro di reframing – come quello proposto da Catholic Voices – per vincere i pregiudizi comunicando la bellezza autentica del messaggio cristiano, è indispensabile per riaprire il canale di ascolto da parte dell’altro.

Il punto è che la democrazia moderna deve essere aperta all’universalità di quei contributi che la possano aiutare a creare una società dove la ricchezza del singolo possa essere espressa per il bene di tutta la comunità. Ecco perchè il cattolico può reclamare molto serenamente un ruolo di primo piano nel dibattito politico pubblico.

A pag. 23 leggiamo: “La gente è contraria a una interferenza della Chiesa su ciò che preferirebbe venisse tralasciato, e a favore di una interferenza della Chiesa su ciò che invece vorrebbe venisse affrontato”. Secondo lei cosa si può fare per evitare queste critiche di comodo, e a corrente alternata, in modo tale che la voce dei cattolici ritrovi piena cittadinanza nel dibattito pubblico?

Invitiamo a riflettere su come la Chiesa sia regolarmente accusata di essere ora troppo di sinistra, addirittura progressista (quando difende poveri e immigrati, ad esempio) ora troppo di destra, reazionaria e conservatrice (quando promuove la famiglia naturale o si oppone all’aborto).

Richiamare l’attenzione su questa contraddizione evidente aiuta a capire come in realtà stiamo parlando delle nostre aspettative, anzichè di una effettiva interferenza della Chiesa.

Quanto a far sentire la voce dei cattolici, si tratta di fare appello – molto semplicemente – alla libertà di espressione, ricordando che la Chiesa vuole tenere ben distinte – seppure in dialogo – la sfera religiosa da quella politica.

Qui non si tratta di voler imporre una visione religiosa nella vita pubblica, ma di bilanciare le libertà in una moderna società pluralista, garantendo ai cattolici il diritto di manifestare le proprie convinzioni ed il proprio credo.

Portiamo le persone a chiedersi: una società che vi si appella così spesso, non vorrà mica, in nome della tolleranza, abolire la tolleranza stessa?

A mio avviso un altro spunto molto interessante si trova a pagina 25 dove si può leggere: “La non negoziabilità di certi principi non deriva perciò dalla incapacità dei cattolici al dialogo democratico, ma dal fatto che, negoziandoli, il bene comune si trasformerebbe nel minor male comune”. Può commentare questa affermazione?

Ciò che va fatto notare è che negoziare certi principi equivale di fatto a negoziare la persona, che viene “consegnata” nelle mani di altri, che ne disporranno.

Quei principi chiamati non negoziabili sono le garanzie che non permettono alla società di disumanizzarsi: difendendoli non si nega il dialogo democratico ma lo si eleva, mostrando che essi sono l’unica vera difesa dellla dignità della persona da ogni forma di potere arrogante.

La loro negazione impedisce il progresso morale di una nazione, che si vedrà continuamente costretta a legiferare per limitare i danni e i mali derivanti dall’aver negoziato su quei principi. E ciò che sta già avvenendo, tra l’altro.

A pag. 31 viene citato il bel libro di Giuseppe Rusconi L’impegno, nel quale l’autore dà un’analisi dettagliata di come la Chiesa accompagni la società nella vita di ogni giorno. Secondo lei, quanto è importante far entrare nel dibattito pubblico il concreto contributo che la Chiesa offre?

La Chiesa cattolica è la seconda struttura internazionale di pianificazione e sviluppo dopo le Nazioni Unite, e la seconda agenzia umanitaria dopo la Croce Rossa: è bene ricordarlo a chi chiede di relegare la religione ad un fatto privato o a chi parla della Chiesa come di un corpo estraneo alla dinamica della società, distante dai problemi reali e concreti.

Al contrario, anche in Italia, il contributo pubblico offerto della Chiesa è diventato imprescindibile, specialmente in momenti di crisi economica come quello che stiamo vivendo, basti pensare al punto di riferimento rappresentato dalle mense ecclesiali (persino nelle città più “ricche” della penisola) o all’impegno nella lotta alle nuove povertà con iniziative di vario tipo (empori solidali, erogazione di micro-crediti, fondi di solidarietà). Questa è una presenza concreta e preziosissima, che è sotto gli occhi di tutti.

Anche qui, secondo me, è importante fare appello al buon senso e alla giusta misura: conviene davvero impuntarsi per un’esenzione – penso all’IMU – di cui peraltro beneficia tutto il mondo no profit, o vogliamo guardare a tutti i campi in cui la Chiesa supplisce concretamente alle carenze dello Stato sociale?

Far notare questo non è irrilevante, perchè dal riconoscimento del suo contributo pratico e morale alla società, scaturisce anche il diritto della Chiesa di far sentire la sua voce nel Paese in occasione delle grandi battaglie politiche per il bene comune.

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[la prima parte è stata pubblicata giovedì 6 novembre 2014]

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Il ‘Piccolo Cottolengo’ accoglie giovani in difficoltà
Dodici ragazzi richiedenti asilo sono ospitati nella struttura. “Una sfida di solidarietà che risponde al carisma orionino di aprire le porte”

Di Redazione

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Sono 12 i ragazzi, provenienti dall’emergenza dei cosiddetti richiedenti asilo, che sono stati accolti presso il Piccolo Cottolengo di Don Orione di Seregno (MI) dove esiste già una residenza che assiste disabili (RSD) ed una per anziani (RSA). Questi giovani immigrati, il più grande da poco trentenne ed il più giovane un diciottenne, provengono dalla zona sub-sahariana dell’Africa e precisamente dal Senegal e dal Gambia e sono giunti in Italia da alcuni mesi e presi in carico dal Consorzio Comunità Brianza, soggetto che su incarico della Prefettura della Provincia di Monza e Brianza è tra gli enti accreditati a gestire l’emergenza.

“Il Piccolo Cottolengo  – spiega don Luigino Pastrello, direttore del Piccolo Cottolengo di Don Orione di Seregno – si trova quindi ad accogliere persone di culture, provenienze ed esperienza di vita diverse rispetto alla tipologia ‘classica’ delle persone presenti nella nostra struttura. Una sfida di solidarietà che risponde al carisma orionino di aprire le porte delle nostre case a tutti senza distinzione di cultura, religione o lingua”.

“Per questi ragazzi – aggiunge Don Pastrello – è stato individuato un referente del progetto che ha il compito di organizzare la loro vita valorizzandone i doni e le capacità, gli usi e i costumi, la religiosità e le devozioni popolari ed ogni possibile prospettiva di vocazione umana. Inoltre, tutto lo staff operativo del Piccolo Cottolengo Don Orione si è reso disponibile come supporto per favorire la loro inclusione sociale. Primo obiettivo del nostro progetto sarà quello rendere questi ragazzi indipendenti nelle attività di vita quotidiana e di comunità e sostenendoli anche nel percorso di formazione professionale”.

“Vogliamo rivolgere – conclude don Pastrello – un ringraziamento per il supporto all’avvio di questa attività al Prefetto di Monza e Brianza, Giovanna Vilasi, alla Stazione dei Carabinieri di Seregno ed al comando locale di Polizia Municipale, oltre che alle istituzioni civili ed ecclesiastiche del territorio. Un ringraziamento particolare viene rivolto anche alle associazione MOV TAU, MLO ed agli ‘Amici di Don Orione’ che prestano la propria opera di volontariato all’interno Piccolo Cottolengo. Infine il grazie più grande va a tutta la comunità locale che sta rispondendo alle necessità della struttura di Via Verdi sia erogando beni durevoli di consumo (alimenti, indumenti, prodotti per l’igiene e la pulizia, etc.), sia prestando opera volontaria”.

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Settimane culturali: Firenze chiama e Roma risponde
È partito il ciclo di conferenze e dibattiti in vista del Convegno Ecclesiale nazionale del 2015

Di Marina Tomarro

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Quindici settimane con apertura a novembre e conclusione a maggio, per raccontare un nuovo umanesimo e per prepararsi  a quello che sarà il V Convegno Ecclesiale nazionale che si svolgerà dal 9 al 13 novembre 2015 a Firenze sul tema In Gesù Cristo il nuovo umanesimo.

Sono le Settimane culturali, tradizionale appuntamento promosso dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria, che, attraverso incontri e convegni che affrontano temi legati alle differenti discipline universitarie, vanno a coinvolgere tutti gli atenei della capitale.

“Le settimane culturali – spiega il vescovo ausiliare Lorenzo Leuzzi, delegato per l’ufficio per la Pastorale Universitaria – sono una proposta di dialogo interdisciplinare tra i docenti di differenti università,  un’occasione di incontro e confronto per affrontare insieme e più forti tutte le sfide del mondo contemporaneo”.

La prima settimana culturale che darà il via a tutte le altre è quella dedicata alla filosofia, che si è aperta ieri e che durerà fino alla domenica successiva. Filo conduttore dei vari convegni sarà il tema Natura umana: dalla persona alla socialità.

Tra i vari convegni previsti, mercoledì, dalle 9.30, presso il Dipartimento di Scienze della Formazione dell’ Università degli Studi Roma Tre (Piazza della Repubblica 1) si svolgerà l’incontro Persona e socialità: tra filosofia e pensiero sociologico, mentre, giovedì mattina dalle 11 presso la Pontificia Università Lateranense, ci sarà la tavola rotonda sul tema Per un progetto di filosofia a Roma, che vedrà un confronto tra docenti della materia, provenienti da differenti atenei romani.

Dopo la pausa natalizia, l’iniziativa riprenderà a fine febbraio 2015, con la Settimana dell’ambiente e dei servizi ecosistemici, che avrà come filo conduttore, tra i vari convegni, il tema La cultura ambientale per la salvaguardia della persona e delle società umane, per poi proseguire e concludersi a fine maggio con la Settimana delle arti, che verterà su  Conservazione e patrimonio nella nuova Europa.

“I vari argomenti affrontati da queste settimane – continua a spiegare il vescovo Leuzzi – ci condurranno in preparazione al grande evento ecclesiale di Firenze. Tutte le discipline coinvolte, dall’economia alla biomedicina, al diritto, la comunicazione, le scienze sociali ed educative, riflettono su quei problemi che la società attuale propone, per capire come sia possibile aiutare le nuove generazioni a costruire una società che metta al centro l’uomo e la sua dignità”.

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La tragica triade del male – dolore, colpa, morte – vista dall’Alto… della croce
“Dio non è venuto a sopprimere il dolore. Non è venuto neppure a spiegarlo. È venuto a colmarlo della sua presenza”

Di Robert Cheaib

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Avrei voluto intitolare: «Così Gesù risponderebbe a Veronesi». Ma non voglio che il cuore della fede, il Mistero della Redenzione, passi per uno spot pubblicitario. 

Anzi, aggiungo questa terza riflessione – dopo le precedenti due già pubblicate – dopo essere stato esplicitamente interpellato da due persone per guardare la questione del male nelle sue varie forme dal punto di vista di Gesù.

Non è uno sviluppo globale, sono solo alcuni spunti che spero possano aiutare a guardare il dolore e il male dall’Alto… della croce… dove Dio è sceso nell’abisso più profondo del mistero dell’uomo.

Nessuno ha potuto strappare la vita di Gesù, perché egli l’aveva già deposta. Gesù ha dato senso a quello che ha vissuto e patito esorcizzando il male e la morte con l’amore fino alla fine. La vita «deposta» con le vesti e il dono del corpo e del sangue hanno annientato la volontà di male contro Gesù. Gli uomini, di fatto, non sono più colpevoli, perché è Gesù che ha consegnato se stesso per loro.

L’unico che detiene la possibilità di giudizio dice a tutti gli uomini quello che disse alla donna colta in adulterio: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11).

Balthasar evidenzia la doppia dinamica di consegna che Dio effettua. Il Padre consegna il Figlio per amore dell’uomo (cf. Rm 8,32). Non lo consegna agli uomini, ma per loro. Il Figlio a sua volta consegna se stesso al Padre: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Ogni altra consegna è terza e quindi superflua. Ogni tradimento è reso innocuo, è perdonato, perché l’Amore si è già donato!

Il vescovo Myriel in Les Misérables di Victor Hugo ci offre un esempio di questo gesto che spegne il male e apre una via di redenzione. Il ladro Jean Valjean, pur essendo ospitato dal prelato, lo deruba e scappa di notte. Catturato dalla gendarmeria, viene riportato davanti al vescovo, il quale, però, lo difende sostenendo che l’argenteria rubata fosse in realtà un dono. Anzi, rimprovera a Valjean l’aver dimenticato i candelabri d’argento. Il gesto del vescovo innescherà nel ladro una scintilla di speranza che lo porterà sulla via del riscatto.

La giustizia di Dio non ci giudica, ma ci giustifica. Parlando della croce di Gesù durante la sua prima Via Crucis da pontefice, papa Francesco disse:

Dio ci giudica amandoci. Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato, non da Lui, ma da me stesso, perché Dio non condanna, Lui solo ama e salva.

Gesù ci spiega che questo è il giudizio: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Gv 3,19-21).

Nello stesso discorso il Papa ha mostrato come la croce è la risposta di Dio al male:

La croce di Gesù è la Parola con cui Dio ha risposto al male del mondo. A volte ci sembra che Dio non risponda al male, che rimanga in silenzio. In realtà Dio ha parlato, ha risposto, e la sua risposta è la Croce di Cristo: una Parola che è amore, misericordia, perdono.

In Cristo, Dio non ha dato una risposta teorica al dolore, Dio si è fatto presenza nel dolore del mondo. A ragione scrive Paul Claudel: «Dio non è venuto a sopprimere il dolore. Non è venuto neppure a spiegarlo. È venuto a colmarlo della sua presenza».

Morire e dare la vita sono due cose ben diverse. Tre uomini erano in quel giorno sulla croce, uno è morto tragicamente, uno è morto entrando nella vita e uno è morto dando la vita e diventando sorgente di vita, divenendo «Spirito, datore di vita» (1Cor 15,45).

Dare la vita è il senso profondo della redenzione. È potente quanto afferma Blondel: «Redimere è dare l’essere a chi non ce l’ha». L’amore di Cristo ci redime dal limite, dal nulla, dall’anonimato, dalle catene del peccato, dalla mediocrità del vivacchiare verso la vita in abbondanza.

Nel romanzo Bianca come il latte rossa come il sangue di Alessandro D’Avenia, abbiamo un dialogo che mostra con un linguaggio semplice ma profondo il senso del dare la vita. Leo, un sedicenne innamorato di Beatrice, decide di donare il sangue alla ragazza ammalata di leucemia. Contemporaneamente, si fa coraggio, scrive una lettera in cui svela il suo cuore e decide di portargliela. Mentre è per strada sul suo «bat-cinquantino» fa un incidente. All’ospedale lo vengono a trovare vari amici, ma anche l’insegnante di religione soprannominato, da Leo, Gandalf.

Gandalf vede il sangue sulla lettera che conservo vicino al mio comodino. E mi dice che gli ricorda il suo crocifisso: una lettera scritta agli uomini, firmata con il sangue di Dio, che con quel sangue ci salva. Fermo Gandalf, altrimenti parte con una predica […]. Comunque mi ha dato filo da torcere e poi questa idea del sangue mi piace. Come ho fatto io con Beatrice. Forse è l’unica cosa vera di tutto il discorso su Cristo: l’amore è dare il sangue. L’amore è rosso sangue. […] da quando Cristo è morto sulla croce per noi c’è un senso. Un senso c’è.

L’amore è dare il sangue, la propria vita. È questo il senso della croce. Il silenzio e la morte della Parola sulla croce è il grido più eloquente d’amore. È l’affermazione della divinità dell’amore di Cristo. Dice Origene al riguardo:

Bisogna avere il coraggio di dire che la bontà di Cristo si manifesta in maniera maggiore, più divina e veramente secondo l’immagine del Padre, quando si umilia nell’ubbidienza fino alla morte e alla morte di croce, piuttosto che se avesse voluto conservare come bene da non cedere la sua eguaglianza con Dio e avesse rifiutato di diventare servo per la salvezza del mondo.

Quest’immagine di Dio mite e morente demolisce ogni idolo di potenza. Se vuoi conoscere Dio, guarda il crocifisso. Ogni altra immagine è un idolo, è una fantasia, è una proiezione feuerbachiana. Guardando Gesù in croce, vediamo che nell’esinanimento assoluto, nell’indigenza mortale del crocifisso, da cui non può essere dedotta natura divina alcuna, regna tuttavia la piena e perfetta divinità di Dio. Quella che Paolo intese come parola del Signore per la propria vita: “la forza perviene alla sua completezza nella debolezza” (2Cor 12,9), questo noi nella fede riconosciamo in Gesù Cristo come una legge della vita divina stessa. In questo riconoscimento viene certamente a cadere a pezzi la vecchia concezione dell’immutabilità di Dio.  […] nel Figlio, Dio entra realmente nella sofferenza e proprio allora è e rimane interamente Dio (Paul Althaus).

L’essenza dell’essere cristiani sgorga dalla sorgente della croce. Diventare cristiani significa pervenire alla croce e provenire da essa. L’albero fecondo della croce è il vero albero della Vita. Chi mangia del suo frutto vivrà in eterno. Intorno a quest’albero non ci sono recinti o spade fiammeggianti, ma il costato squarciato e l’appello infiammato dell’Amore:

O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite, […] Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti (Is 55,1-2).

La kenosi, l’autosvuotamento di Gesù fino alla morte e la morte di croce, ha fatto sì che ormai non esista un abisso dove un uomo possa cadere senza trovare già il Cristo che è sceso, obbediente, prima di lui, per raccoglierlo e riportarlo al seno del Padre. 

La riflessione è tratta in parte dal libro dell’autore Un Dio umano. Primi passi nella fede, Edizioni san Paolo, Cinisello Balsamo 2013, pp. 96-100.

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“A Sua Immagine” cambia volto
Domani la presentazione del nuovo format della trasmissione religiosa della Rai

Di Redazione

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Da sabato 29 novembre, A Sua Immagine presenta grandi novità, annunciate anche dalla nuova veste grafica e dal nuovo logo, che con una chiocciola al posto della lettera “a”, svela l’aderenza con la contemporaneità.

Contemporanei non solo negli argomenti affrontati. Fin dal marchio la trasmissione rivela la propria tendenza alla “crossmedialità”. A Sua Immagine, infatti, oltre che in tv, è presente e attiva sulla piattaforma digitale con il blog e i profili social. Inoltre, realizza una reale convergenza fra media anche con il magazine, settimanale cartaceo a tiratura nazionale.

Ecco i cambiamenti nel format svelati fin da ora. Per il ciclo di puntate dedicate al Natale, in onda all’interno del format del sabato delle 17.10, la trasmissione vuole svelare il volto più umano, poco conosciuto e la dimensione spirituale di personalità note al grande pubblico. Confermata la presenza di personaggi del calibro di Massimo Ranieri, Carlo Verdone, Giusy Versace, Nino D’Angelo e Ricky Memphis, disposti a raccontare il loro Natale attuale e quello dei loro ricordi in un’intervista esclusiva alla nostra conduttrice Lorena Bianchetti.

Anche il consueto appuntamento delle 17.30 del sabato pomeriggio, con il commento al Vangelo della domenica, si vestirà di importanti cambiamenti: vedrà alternarsi quattro “preti di strada”. Volti noti al grande pubblico per il proprio impegno nel sociale e accanto agli ultimi.

Il primo ad accompagnare il telespettatore in una lettura inedita e attuale della Parola sarà don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dell’Associazione Libera, noto ai media come prete anti mafia, in realtà sempre accanto ai più bisognosi.

Seguiranno don Gino Rigoldi, cappellano dell’Istituto penale per minorenni “Beccaria” e presidente di Comunità Nuova, sacerdote da sempre vicino ai ragazzi, in particolare a quelli più a rischio di devianza; don Maurizio Patriciello, il volto della Chiesa che denuncia e combatte, simbolo della battaglia della Terra dei fuochi; don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco, fondatore dell’agenzia giornalistica Redattore sociale e fondatore, insieme a don Luigi Ciotti, del Coordinamento delle comunità di accoglienza.

L’obiettivo è portare in tv tematiche vere e in cui tutti si possano identificare, fare un reale servizio pubblico. Riflettori accesi, allora, sul Vangelo delle periferie, tanto care anche a Papa Francesco.

In linea con questo spirito anche le puntate della domenica, in onda dalle 10.30 alle 12.17, saranno sempre più attente alle questioni del nostro tempo e della nostra società. Senza dimenticare la vita della Chiesa italiana, si proporranno focus e approfondimenti su attualità e questioni reali che quotidianamente ci interrogano. All’interno continua l’appuntamento con la Santa Messa e l’Angelus di Papa Francesco.

Per finire, grande attenzione per un anniversario importante: i 60 anni della Messa in Tv. La prima Messa su Rai Uno in Italia è stata trasmessa ufficialmente il 3 gennaio 1954. A sottolineare questo importante servizio pubblico della televisione italiana, verrà trasmessa su Rai Uno dalla Chiesa degli Artisti in Roma, il 21 dicembre prossimo, una Messa, celebrata da mons. Nunzio Galantino, Segretario Generale della Conferenza episcopale italiana, alla quale sono stati invitati i vertici Rai e molti personaggi della Tv italiana.

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Restaurato l’organo della Cattedrale di Catania
Lo strumento originario Jaquot del 1877, ampliato dai palermitani Laudani e Giudici, era da tempo inutilizzato

Di Giuseppe Adernò

CATANIA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – La città di Bellini, nel duomo dedicato alla giovane martire Sant’Agata, ha presentato alla Comunità cittadina e diocesana il restauro dell’artistico organo, da tempo rimasto inutilizzato.

Le nuove armonie dai caratteristici timbri sonori restituiscono nuovo splendore al sacro tempio, costruito sopra le terme romane di Achille, proprio nel luogo del martirio di Sant’Agata nel 251, e conserva intatte le absidi costruite dai Normanni nel 1090, che hanno resistito ai terremoti del 1140 e del 1169 e al grande terremoto del 1693 che distrusse la cattedrale, ricostruita in stile barocco siciliano dagli architetti Girolamo Palazzotto e Giovanni Battista Vaccarini, che progettò la facciata del duomo.

La sacralità musicale dell’organo restaurato rende solenni le celebrazioni liturgiche e dona particolare decoro alla preghiera di lode e di ringraziamento al Signore attraverso il canto e nuovo splendore agli affreschi restaurati dell’abside maggiore, raffiguranti il trionfo e l’incoronazione della vergine Agata tra schiere di angeli osannanti.

I lavori di restauro dell’originario organo Jaquot del 1877, ampliato con nuove canne a trasmissione pneumatica nel 1926, sono stati eseguiti dalla prestigiosa ditta Andrea Mascioni, specialista per la fabbrica e restauro di organi di Azzio (Va), presente all’inaugurazione insieme con alcuni familiari e collaboratori.

Molto soddisfatto per il lieto evento l’Arcivescovo metropolita Mons. Salvatore Gristina ed il parroco della Cattedrale Mons. Barbaro Scionti, che ha seguito le complesse fasi del restauro.

Prima del concerto inaugurale con l’acqua lustrale e l’incenso è stato benedetto l’organo e l’Arcivescovo ha rivolto una speciale parola di ringraziamento alla Fondazione Sicilia e in particolare al suo presidente, prof. Gianni Puglisi, e all‘Ufficio nazionale della Cei per i beni culturali, che hanno mostrato generosità nel contribuire alla realizzazione dell’opera di restauro.

Il direttore dell’Ufficio diocesano dei beni culturali, padre Carmelo Signorello, ha presentato con appropriati riferimenti tecnici e di cronistoria gli interventi eseguiti sotto il controllo della Soprintendenza per i beni culturali, diretta dall’arch. Fulvia Caffo, e le fasi salienti del delicato e lungo restauro dell’organo, e gli autori e i brani delle musiche suonate magistralmente dall’organista britannica, Jennifer Lucy Bate, di riconosciuta fama internazionale.

La partecipazione del sindaco Enzo Bianco e delle più alte autorità civili e militari ha reso solenne l’evento culturale, che arricchisce la plurisecolare storia musicale del Duomo di Catania che custodisce la tomba di Vincenzo Bellini, trasferita da Parigi nel 1876.  

A conclusione del concerto inaugurale dell’organo “franco-italo-tedesco”, tra la commozione generale del pubblico in piedi, è stato eseguito il popolarissimo inno agatino del XVII Centenario del martirio di Sant’Agata, la marcia trionfale composta da don Rosario Licciardello con parole di don Antonio Corsaro.

Il can. Giuseppe Maieli, organista della Cappella Musicale del Duomo, fondata dal maestro mons. Nunzio Schilirò, diventa adesso custode di un così prezioso dono della città e della Chiesa di Catania, “ad maiorem Dei gloriam”.

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Notizie dal mondo


Un nuovo attentato agita l’Afghanistan
Salgono a 57 le vittime dell’esplosione di un kamikaze tra una folla di spettatori a una gara di pallavolo. Per ora nessuna rivendicazione dei talebani

Di Redazione

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Il 2014 si conferma per l’Afghanistan uno degli anni più sanguinosi dall’inizio della guerra civile. Ieri nel distretto di Yahyakhail, zona orientale del Paese, un attentatore suicida si è fatto esplodere mentre era in corso una partita di pallavolo.

Il bilancio è tragico. Il numero dei morti è salito a 57, dopo che nel corso della notte hanno perso la vita altre persone ricoverate in ospedale. Strutture sanitarie di altre località si stanno intanto mobilitando per accogliere i numerosi feriti. 54 sono stati portati in un centro militare a Kabul.

L’attentatore è arrivato nel luogo dove si svolgeva la partita a bordo di una moto. Una volta sceso si è mischiato in mezzo alla folla di spettatori e si è fatto saltare in aria azionando un giubbotto esplosivo. “Disumano” è l’aggettivo con cui il presidente afghano, Ashraf Ghani, ha definito l’accaduto, nonché “ingiustificabile in qualsiasi religione o cultura”, voluto “da chi non vuole uno sviluppo in pace di un Paese devastato” da decenni di guerra.

Finora non è giunta nessuna rivendicazione. I media hanno cercato una reazione dal portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, che però non ha commentato l’accaduto. Poche ore prima dell’attentato, la “camera bassa” del Parlamento afghano aveva approvato l’accordo con Stati Uniti e Nato, che prolunga la presenza delle truppe nel Paese fino al 2014.

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Pakistan: la Corte Suprema si muove per i coniugi bruciati vivi
Il supremo organo di giudizio ha chiesto al governo una relazione urgente sulle indagini a proposito del linciaggio con l’accusa di blasfemia dei due giovani sposi cristiani

Di Redazione

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – I coniugi Shahzad Masih e Shama Bibi, bruciati vivi in Pakistan con l’accusa di blasfemia, potrebbero avere giustizia. La Corte Suprema ha infatti chiesto al governo di presentare con urgenza una relazione sull’indagine relativa a questa vicenda, avvenuta nel distretto di Kasur il 4 novembre. Inoltre, la Corte ha chiesto all’esecutivo di riferire sui passi compiuti finora per ottemperare al provvedimento emesso nel giugno scorso, quando l’organo supremo di giudizio aveva ordinato di istituire il “Consiglio nazionale per i diritti delle minoranze” e di formare una task force per proteggere i luoghi di culto delle minoranze religiose.

I cristiani pachistani interpretano questa notizia come un segnale positivo. All’agenzia Fides dichiara padre James Channa Op, direttore del Peace Center a Lohore: “Siamo felici di questo passo. Sembra un risultato positivo della nostra lotta unitaria: la domanda di intervento alla Corte Suprema era stata inoltrata da leader religiosi cristiani e musulmani, rappresentanti di organizzazioni come Peace Center, URI, Minjahul Quran, Consiglio Ulama Pakistan, impegnate per la giustizia, la pace, l’armonia interreligiosa. Speriamo arrivino presto provvedimenti concreti per restituire un senso di sicurezza a tutti i cittadini, soprattutto ai cristiani e altre minoranze perseguitate in Pakistan”. 

Sicurezza di cui i cristiani sentono di avere urgente bisogno. L’avvocato cristiano Mushtaq Gill commenta a Fides che vi è in Pakistan “una mentalità diffusa tra i fedeli islamici che considera i cristiani ‘infedeli’, inferiori e meritevoli di ogni abuso. A volte anche i leader politici lo ripetono sugli schermi della tv. In un paese al 97% musulmano, i cristiani sono vittime di minacce e attacchi, e vivono sotto una cappa di discriminazione e odio”.

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Famiglia e Vita


Genitori uniti contro il gender, “emergenza sociale e antropologica”
Parla una responsabile del Comitato Articolo 26, iniziativa promossa da genitori italiani per arginare il ‘gender’ nelle scuole

Di Federico Cenci

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Stavolta è proprio il caso di dirlo: all’estero sono più avanti di noi. In Germania, intramontabile locomotiva d’Europa, si è persino arrivati a spedire un mandato d’arresto a genitori riluttanti all’idea che una loro figlia di otto anni partecipi a corsi extracurriculari a scuola impregnati di ideologia gender. Un’educazione di Stato che si fa repressiva, la quale agita il sinistro spettro che le lancette della storia possano tornare indietro. È per questo che un sempre più alto numero di famiglie in tutta Europa sta insorgendo: prima che la degenerazione diventi la norma, si costituiscono associazioni e comitati per riaffermare il diritto prioritario dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni e per arginare l’ingresso nelle scuole di culture di decostruzione antropologica. Tra le varie iniziative in questo senso, in Italia si è formato il Comitato Articolo 26. Nel giorno in cui inizia la “Settimana nazionale contro la violenza” indetta dal Miur, ZENIT ha intervistato Maria Chiara Iannarelli, docente di scuola primaria e madre di cinque figli, responsabile del Comitato Articolo 26.

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Da che deriva la scelta di dar vita a questo Comitato?

L‘iniziativa deriva dalla necessità di non sentirsi soli di fronte all’arrivo delle teorie di “genere“ nelle scuole italiane e dalla volontà di affermare quanto riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’art. 26: “I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli”. Il cuore del Comitato è l’alleanza tra genitori, specialisti e docenti che, da dentro la scuola, confermano la pericolosità di tali iniziative. L’obiettivo non è solo monitorare ma anche impegnarsi per una continuità educativa tra scuola e famiglia. Sempre più genitori si stanno collegando per affrontare questa emergenza, sociale ed antropologica, con forme pacate ma assertive.

A proposito di teorie di “genere”, di recente avete messo a disposizione dei genitori degli alunni un documento che è una richiesta di consenso informato per i dirigenti scolastici. Di cosa si tratta?

È un semplice strumento con cui richiedere che la scuola informi sulle attività che riguardino questioni connesse con la sfera affettiva e sessuale dei discenti, al fine di poter valutare se dare o meno il consenso alla partecipazione dei propri figli. Non sempre c’è trasparenza sui contenuti dei progetti o sui requisiti degli esperti esterni di cui la scuola si avvale. In altri casi le istituzioni o i docenti promuovono attività che non tengono conto delle convinzioni delle famiglie. In diversi nidi, si sono  proposte fiabe gay a bambini di due o tre anni, il che sta suscitando un‘ovvia preoccupazione. Riteniamo che questo approccio, pur con condivisibili finalità, adotti una metodologia inammissibile e manifesti purtroppo visioni a senso unico. Noi incoraggiamo i genitori a prendere in mano il compito dell’educazione, che non ammette deleghe.

A settembre si è tenuto a Roma un convegno nazionale dal titolo “Educare alle differenze”. Quali obiettivi si prefiggeva?

Al convegno, organizzato da Scosse – l’associazione che ha formato educatrici di 17 scuole d’infanzia e asili di Roma – hanno partecipato realtà del femminismo radicale e del movimento Lgbt – con la finalità di rinforzare nelle scuole le iniziative basate sull’identità di genere e sull’“educazione alle differenze“. Come emerge dai documenti prodotti – che sono diffusi in rete – però, in sostanza si é discusso solo di discriminazioni in base all’orientamento sessuale. È stata affermata la necessità di promuovere nella scuola, già dalla fascia 0/6 anni, “l’ingresso del transgenderismo, dell’intersessualismo e del transessualismo”, di conoscere e attuare  le linee guida dell’Oms (Standard per l’Educazione Sessuale  in Europa, ndr), le quali propongono tra l’altro la masturbazione infantile precoce per i bambini tra gli 0 e i 4 anni. È legittimo esprimere delle riserve? Quali riferimenti culturali ci sono dietro certi progetti educativi, se queste sono le premesse? È giusto tacciare genitori che si interessano di tali tematiche di alzare polveroni, a motivo di personali ed esagerate convinzioni, e di non educare i loro figli all’accoglienza? È lecito ritenere che il richiamo all’inclusione non giustifichi certe proposte? Nell‘evento è stata richiesta la diffusione dei libricini dell’Unar già ritirati dal Miur ed elaborati dall’istituto Beck, all’interno di una strategia cui hanno collaborato 29 associazioni Lgbt e nessuna associazione di genitori.

L’accusa più frequente che viene rivolta a chi si oppone a questi progetti scolastici, è quella di omofobia. Può spiegarci perché una mobilitazione come la vostra non ha nulla a che vedere con le discriminazioni verso qualcuno?

È triste constatare come la discussione di certi temi sia stata viziata e venga posta esclusivamente in chiave polemica. Questo è fuorviante. Cosa c’entra la necessità di educare i giovani al rispetto di tutti, con la pretesa – non dimostrata pedagogicamente – di spingerli ad una precoce sessualizzazione, all’indifferentismo sessuale, ingenerando confusione sul proprio orientamento sessuale? Ritenere che non si nasca maschi e femmine, ma si possa scegliere e mettere in discussione il naturale concetto di famiglia é quanto sotteso alle iniziative fondate sulle “teorie di genere” e oggi diffuse senza considerare le situazioni individuali degli alunni, il contesto familiare e senza un dibattito sociale, politico e scientifico. Non è accettabile che qualsiasi affermazione critica a riguardo sia bollata come volontà di discriminare, in un Paese che tra l’altro è stimato tra i più gay friendly al mondo. Questo è pericoloso anche sul piano sociale; potrebbe ingenerare quelle divisioni che si dice voler combattere. Il nostro Paese oggi non ha bisogno di questo. Noi desideriamo inquadrare le specifiche questioni nel dialogo, su un piano razionale, senza fare ideologia, soprattutto sulla pelle dei bambini. È stato fatto intendere che le nostre siano posizioni di parte. Noi ribadiamo che si tratta di una questione di ragione e di buon senso, condivisibile da tutti, e che occorra urgentemente informarsi su cosa sta davvero accadendo .

In Francia lo scorso anno i genitori sono riusciti a realizzare un’ampia campagna di protesta contro l’introduzione dell’ideologia gender nelle scuole. Essa è culminata con il boicottaggio dall’esplicativo nome “Un giorno al mese senza scuola”. In Italia si sta pensando a qualcosa di simile?

In Italia una proposta analoga, del tutto condivisibile, è stata ipotizzata nei mesi scorsi dall’Age, storica associazione di genitori. Tutti chiaramente auspichiamo che non si debba arrivare a tanto e che la scuola rispetti quanto riconosciuto ai genitori dall’art. 30 della nostra Costituzione: “È dovere e diritto dei genitori mantenere istruire ed educare i figli”. I genitori si aspettano oggi questo riconoscimento con ancor maggiore determinazione.

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Gender nelle scuole: l’Unar ci riprova
La denuncia giunge dal Forum delle associazioni familiari, che chiede che venga sospesa una “Strategia nazionale sul contrasto alle discriminazioni” rivolta ai dirigenti scolastici

Di Redazione

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – “Ad un anno dal primo tentativo di imporre una strategia Lgbt nella scuola, inevitabilmente rientrato appena diventato di pubblico dominio, l’Unar ci riprova”. Così inizia la denuncia del Forum delle associazioni familiari, a proposito della “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, rivolta ai dirigenti del sistema scolastico nazionale.

Secondo il Forum, “come è stato un anno fa l’elaborazione e la gestione del progetto sono state fatte tutte in casa“. Con questo, si intende che le associazioni coinvolte sono tutte legate agli ambienti omosessuali, “della Rete RE.A.DY”. “Ancora una volta la forzatura ed il tentativo di imporre una discriminazione al contrario sono evidenti”, si legge nel comunicato del Forum.

Che rimarca: “Nessun esponente dell’associazionismo di matrice non omosessuale è stato convocato, nessun rappresentante delle famiglie o delle associazioni accreditate presso il Miur ha potuto dare il suo contributo. E ancora una volta siamo costretti a chiedere che l’iniziativa venga sospesa finché non saranno trovati gli spazi e la volontà di confrontarsi con soggetti che possono bilanciare l’esasperazione ideologica con la quale vengono affrontati temi di grande delicatezza e di cui, vale la pena di ricordarlo, la titolarità è tutta dei genitori degli studenti”.

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Gli spagnoli chiedono al Governo coerenza sul tema dell’aborto
Migliaia di manifestanti hanno sfilato sabato scorso a Madrid per chiedere all’Esecutivo di mantenere le promesse elettorali

Di Redazione

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – In Spagna la società civile ha battuto sabato scorso, 22 novembre, un importante colpo. Migliaia di persone hanno attraversato le strade di Madrid per una grande manifestazione, indetta dal Forum per la famiglia, in difesa della vita e contro l’aborto. I manifestanti hanno chiesto al presidente del Governo, Mariano Rajoy, di mantenere la promessa elettorale di “sradicare” l’aborto dalla legislazione spagnola.

Promessa che aveva iniziato a prender forma nel dicembre 2013, quando il Governo aveva presentato una riforma della legge sull’aborto approvata nel 2010 dall’Esecutivo del socialista José Luis Rodriguez Zapatero e che consente l’interruzione di gravidanza nelle prime quattordici settimane.

Tuttavia, a causa delle forti pressioni di alcuni gruppi d’interesse e dei timori di perdere consenso elettorale, a fine settembre il presidente Rajoy aveva deciso di ritirare il progetto di riforma, atto a restringere la possibilità di aborto. Alle polemiche seguite a questa decisione si erano aggiunte anche le dimissioni del ministro alla Giustizia, Alberto Ruiz-Gallardón, primo firmatario della riforma.

Il tema torna oggi, dopo la manifestazione di sabato scorso, di strettissima attualità. Le stime sul numero di partecipanti discordano alquanto – 1milione e 400mila per gli organizzatori, 60mila per la polizia -, ma indipendentemente da ciò l’effetto mediatico dell’evento è stato un successo. Tra i manifestanti, anche il sindaco di Madrid, Ana Botella.

Benigno Blanco, presidente del Forum per la famiglia, ha affermato dal palco al termine dell’iniziativa a proposito della riforma prima approvata e poi ritirata dal Governo: “Anche se i cambiamenti approvati sono insufficienti, sarebbero un passo in avanti”. Pertanto, Blanco ha avvertito l’Esecutivo che “la società civile saprà ricompensare con il voto” la scelta di abrogare l’attuale legge sull’aborto. Nel caso non si avranno segni in questo sensi, le associazioni hanno già annunciato che si saranno nuove mobilitazioni.

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Cara prof, le scrivo…


La mia mamma è vicina; la sento!
Chi non ha mai avuto la sensazione di sentirsi una persona cara, ormai defunta, vicina?

Di Maria Cristina Corvo

FABRIANO, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Entro in aula e vedo Michele sul suo banco, da solo. Mi saluta sorridente. Mi avvicino e chiedo: “Come va? Come stai?”. Lui sorride un po’ malinconico mentre mi risponde il suo “bene”. A Michele è morta la mamma un po’ di tempo fa e, nonostante siano passati alcuni (pochi) anni, la nostalgia e la mancanza sono due compagne di viaggio che non lo abbandonano mai.

Una mia amica a cui è morta la madre poco tempo fa, mi ha detto: “Mi avevano avvertita che quando ti muore un genitore ti senti solo al mondo, ma non credevo che fosse così vero. Quando un genitore se ne va, con lui se ne vanno anche le tue radici più forti e ti senti davvero solo al mondo. Anche se hai cinquant’anni, dei figli, tanti amici… ti senti solo”.Non oso immaginare, quindi, cosa possa provare un adolescente a cui è venuta a mancare la radice portante della sua vita.

Michele mi guarda e continua:

“Lei lo sa che la mia vita non è per niente facile. E se ripenso al giorno in cui è morta mamma, ancora faccio fatica a crederci. Il giorno prima parlavamo della scuola che avrei potuto scegliere ed il giorno dopo lei non c’era più. La morte non aspetta. Secondo lei, prof, è possibile che io mi sento mamma vicina?

La settimana scorsa sono andato al cimitero. Vado lì per stare un po’ insieme. La mia ragazza, in genere, rimane un po’ indietro per lascarmi da solo in questo momento intimo. Non vuole disturbarmi. Qualche volta parlo con mamma. Qualche altra volta guardo semplicemente la sua foto.

Invece la settimana scorsa sono letteralmente crollato. Non so perché, ma ho cominciato a piangere a dirotto. Un’ondata di lacrime mi ha travolto. Sul serio, prof, non so perché. Al cimitero ci vado tante volte e poi oramai sono passati alcuni anni: non so cosa mi sia successo. Però le voglio chiedere una cosa: secondo lei, mamma mi è vicino? Sa perché glielo chiedo? Qualche volta, la sera, chiuso in camera mia, mi metto a guardare il soffitto e parlo con lei.

Io sono convinto che mamma sia proprio lì, accanto a me. Spesso mi capita di sentire sulla mia pelle una specie di vento delicato che mi sfiora. Sul serio; sento un vento leggero che mi accarezza… io so che è mamma. Sembrerò stupido a dire questo, ma io sono convinto che lei sia accanto a me.”

Ne sono convinta anche io.

La morte è il più grande mistero della vita. Sant’Agostino diceva: “I morti sono esseri invisibili ma non assenti. Noi non li vediamo perché siamo avvolti in una nube oscura, mentre loro sono nella Luce e ci vedono. I loro occhi, pieni di gioia, sono fissi sui nostri, pieni di lacrime. Ci sono vicini, felici, trasfigurati”.

Mons. Claudio Sorgi, nel suo libro Faccia da prete racconta di un suo zio che non si confessava da una trentina di anni. Al momento di entrare in coma, prima di spirare, si rallegrò e indicò, chiamandoli per nome, tutti i parenti defunti che vedeva attorno al suo letto.

Un mio caro amico mi ha raccontato un episodio simile; sua nonna (donna tutt’altro che bigotta poiché scarsamente osservante) prima di entrare in coma, ha indicato la parete spoglia della camera d’ospedale alla figlia, dicendo: “Guarda che bella la Madonna! E guarda quanti angeli!”.Sembra proprio che al momento del Grande Passaggio, iniziamo a vedere ciò che ora intuiamo solo per fede.

Michele sente il vento leggero sulla sua pelle quando parla con la sua mamma morta anni prima. Quel vento leggero di cui lui continua a dirmi “Prof, lo sento sul serio. Non è autosuggestione!”, io lo vedo come un segno della presenza dell’amore intorno a lui. L’amore della sua mamma.

D’altra parte, dovessi morire oggi, la prima cosa che chiederei a Dio sarebbe di darmi la possibilità di stare accanto ancora ai miei tre figli per guidarli, consolarli e proteggerli.

Anche mia madre, da un po’ di tempo, ha preso l’abitudine di dire a noi figli: “Prego perché il Signore mi dia la grazia, prima di morire, di vedere risolti alcuni vostri problemi. Ma anche dovessi morire prima, lo vedrò dall’aldilà il finale risolutivo”.

Pian piano, in famiglia, ci alleniamo vicendevolmente a non mettere l’argomento “morte” tra i tabù da evitare, ma tra i passaggi sacri della vita (se san Francesco la chiamava “sorella morte” qualche passettino in questo senso anche noi potremo farlo, no?!).

Santa Teresa di Lisieux diceva: “Passerò il mio Cielo a fare del bene sulla terra. Farò scendere una pioggia di rose”. Una volta passati nell’aldilà, stiamone certi: saremo ancora più vicini ai nostri cari! Liberi dalle leggi del tempo e dello spazio, saremo in Dio; e Dio è dappertutto!

Il Signore dell’Universo presente in tutto il creato, ci donerà la “corona della vita” (Ap. 2) e, con essa, la possibilità di vivere esperienze impossibili sulla terra.

San Paolo, ai Corinzi (cap.2), diceva“Ma come sta scritto: «Le cose che occhio non ha visto e che orecchio non ha udito e che non sono salite in cuor d’uomo, sono quelle che Dio ha preparato per quelli che lo amano»”.

La mamma di Michele, quindi, è unita a Dio e , proprio come Lui, è attratta fortemente da tutto ciò che ama. E quanto può amare, una madre, il proprio figlio? Michele parla con la sua mamma e la sua mamma lo ascolta. Non c’è bisogno di nessuna seduta spiritica, nessun medium. Nel vortice santo del dialogo trinitario, due anime che sono vicine amandosi, danzano allo stesso ritmo del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

I nostri cari in Dio ci vedono e ci seguono e, in qualche modo, ci comunicano. Non è una comunicazione com’è quella tra di noi viventi, ma è una comunicazione di anime, che richiede una certo raccoglimento. E se una donna ha avuto il dono di diventare una mamma, una volta in cielo continuerà a compiere con gioia la volontà di Dio, amando e proteggendo la creatura a cui ha dato la vita.

***

(Tratto da www.intemirifugio.it)

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Riflessioni sull’arte


Pittura e creazione. Il contributo di Leonardo da Vinci
La natura, creata da Dio, è ricreata dall’arte che essa stessa partorisce

Di Rodolfo Papa

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – La teorizzazione di Leonardo sull’arte si innerva sulla profonda convinzione di una somiglianza creativa tra il pittore e Dio, in forza della creazione artistica. La centralità di questa impostazione ci risulta indirettamente anche confermata dalla costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, che ricorda agli artisti che la loro attività «è in certo modo una sacra imitazione di Dio Creatore» (Sacrosanctum Concilium, n. 127).

In questa riflessione sulla analogia tra l’artista e Dio creatore, Leonardo si pone in un’antica tradizione, però egli la percorre partendo dalla conoscenza diretta e in prima persona dell’attività creativa pittorica.

Anche nel Medio Evo, quando le arti figurative erano ancora escluse dal novero, più nobile, delle arti liberali, ed erano definite arti servili, pure l’agire dell’artifex (artifex creatus) per analogia era usato per parlare dell’Artifex divino1.

Secondo quanto puntualizzato dalla riflessione scolastica, nell’operazione artistica, in cui l’uomo parte dalla realtà conosciuta per riprodurla in modo nuovo, l’artista agisce a immagine di Dio Creatore, anche se solo Dio crea dal niente: solo la creazione divina è un puro atto perfetto della perfetta conoscenza e volontà divine. L’artista, infatti, propriamente parlando non crea, in quanto ogni operare umano parte sempre e comunque dalle opere di Dio, dal creato. La “novità” dell’operare artistico è una novità parziale, solo Dio è un “artista globale”: solo le sue opere, infatti, costituiscono una reale innovazione ontologica.

A fianco di queste considerazioni teoriche, si colloca anche la trattatistica artistica che fin dal Trecento pone la nascita dell’arte in un alveo storicamente e antropologicamente originario. Così fa per esempio Cennino Cennini nel suo Libro dell’arte (XIV secolo), che nel primo capitolo colloca l’arte entro il racconto della creazione, come una delle invenzioni umane successive alla cacciata dal Paradiso; appare che la pittura discende dalla scienza, che ne è fondamento, con in più «l’operazione di mano». La capacità artistica è nell’origine stessa dell’uomo, nel suo essere a immagine e somiglianza di Dio e in quel suo essere custode del mondo creato.

Leonardo sviluppa questa tematica in numerose considerazioni, secondo il suo proprio stile di pensiero, capace di unire la migliore trattatistica artistica con la più profonda riflessione filosofica, sintetizzate in brevi e significativi giudizi. Egli si pone in continuità con la riflessione medievale sull’arte, alla quale aggiunge però la considerazione della pittura come “arte liberale”. Così giustamente sottolinea Bussagli: «la visione vinciana non è diversa da quella medievale se non nello sforzo, riuscito, di considerare la pittura alla stregua delle arti liberali e di affrancarla dalla condizione inferiore di arte meccanica. Tuttavia, la ragione di fondo di questa promozione risiede nel fatto che la pittura compie, in proporzione, lo stesso atto creativo di Dio e che essa sfrutta le medesime proporzioni armoniche della musica, che sono poi quelle che regolano il cosmo»2.

Come è stato posto in evidenza da Scarpati, anche se «La sottrazione della pittura dal catalogo delle arti meccaniche era in certo modo già avvenuta di fatto, se non di diritto […] resta che Leonardo sente la necessità di dare una spallata teorica alle vecchie sistemazioni chiedendo a gran voce non solo che la pittura sia estratta dal novero delle arti inferiori, ma che le sia riconosciuto lo statuto di scienza»3.

Entro tale impostazione epistemologica, Leonardo presenta la pittura in una dimensione generativa: essa è una scienza che nasce dalla natura, ne è figlia, ma nello stesso tempo è madre di altra conoscenza e di altre scienze. Potremmo dire che, nella prospettiva di Leonardo, la pittura è partorita dalla natura e partorisce altre scienze.

Infatti, nel Libro di pittura4, Leonardo scrive: «Come chi sprezza la pittura non ama la filosofia, né la natura. Se tu sprezzerai la pittura, la quale è sola imitatrice de tutte l’opere evidenti di natura, per certo tu sprezzerai una sottile invenzione, la quale con filosofica e sottile speculazione considera tutte le qualità delle forme: [aire e]siti, piante, animali, erbe, fiori, le quali sono cinte d’ombra e lume. E veramente questa è scienzia e legitima figli[ol]a de natura, perché la pittura è partorita da essa natura; ma per dir più corretto, diremo nipota di natura, perché tutte le cose evidenti sono state partorite dalla natura, delle quali cose [partorite]è nata la pittura. Adonque rettamente la chiameremo nipota d’essa natura e parente d’Iddio» (I, 12).

Dunque secondo Leonardo la pittura è una scienza che risulta partorita dalle cose evidenti, a loro volta partorite dalla natura; questo legame con la natura palesa l’apparentamento che la pittura stessa ha con Dio creatore: in questo aspetto, la pittura appare legata a Dio per un altro aspetto, cioè non in quanto è analogamente creatrice, ma perché risulta prodotta, essa stessa nell’ordine delle cose create, dunque dipendente da Dio.

Leonardo afferma anche che “la prospettiva” è «figliola della pittura; perché il pittore è quello che per necessità della sua arte ha partorito essa prospettiva, e non si po’ fare per sé senza linee, dentro alle quali linee s’inchiude tutte le varie figure de’ corpi generati dalla natura, senza le quali l’arte del geometra è orba» (I, 17). Dunque la pittura, pur essendo generata, è a sua volta generante, innanzitutto della prospettiva. Tra le discipline c’è dunque un rapporto di figliolanza che vede nella pittura una sorta di capostipite, e nella natura la generatrice dei corpi, oggetto della stessa pittura.

La natura appare essere un medio in questa dinamica di originazione: è creata da Dio ed è ricreata dall’arte che essa stessa partorisce. La pittura è resa dunque possibile dall’esistenza della stessa natura, nel meraviglioso ordine della creazione.

Rodolfo Papa, Esperto della XIII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, docente di Storia delle teorie estetiche, Pontificia Università Urbaniana, Artista, Storico dell’arte, Accademico Ordinario Pontificio. Website www.rodolfopapa.it Blog: http://rodolfopapa.blogspot.com e.mail: rodolfo_papa@infinito.it .

*

NOTE

1 Per un maggiore sviluppo di queste considerazioni, rimando al mio R. Papa, Riflessioni sui fondamenti dell’arte sacra, in“Euntes docete”, III/1999.

2 M. Bussagli, L’uomo nello spazio, Milano 2005, p. 136.

3 G. Scarpati, Introduzione a Leonardo da Vinci, Il paragone delle arti, Milano 1993, pp. 11 e 12.

4 Le citazioni del Libro di pittura di Leonardo sonno tratte dalla edizione critica Libro di pittura. Codice Urbinate lat. 1270 nella Biblioteca Apostolica Vaticana, a cura di C. Pedretti, trascrizione critica di C. Vecce, Firenze 1995.

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Pillole per la cura della anima


Sala d’attesa
Moltiplicare la nostra fiduciosa serenità con il Medico dei medici che non ci mette in sala d’attesa, ma è Lui sempre in attesa del nostro arrivo

Di Andrea Panont, O.C.D.

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Ogni volta che vado dal mio medico, lui mi raccomanda di avvertirlo del mio arrivo.

Anche ieri, per un appuntamento che mi aveva fissato all’ospedale, arrivo e mi premuro di cercarlo per avvisarlo. Non lo trovo e mi affretto a lanciargli un avviso tramite gli infermieri che passano in continuazione. Però mi fanno capire che non è avvicinabile perché occupato in un intervento chirurgico.

Comincia in me una lieve agitazione. Voglio solo avvertirlo del mio arrivo, essere certo che qualcuno glielo riferisca, sapere che lui lo sa.

Passeggio irrequieto da un capo all’altro del corridoio corrispondente alla sala operatoria. “Basterebbe che mi vedesse qui ad aspettare” – rimuginavo.

Me lo vedo arrivare. “Bravo – mi dice – sei venuto in orario…aspettami su questa sedia. Appena mi libero sono da te”.

Tranquillissimo, seduto, non ho più nessuna apprensione, nessuna fretta. Non ho più guardato l’orologio. Sapevo quanto mi vuol bene e quanto è contento di spendersi per me.

Se il “sapere che lui sa” tranquillizza il tuo rapporto con un medico, puoi a miglior diritto moltiplicare la tua fiduciosa serenità con il Medico dei medici che non ti mette in sala d’attesa, ma è Lui sempre in attesa del nostro arrivo.

Ciao da p. Andrea

Per richiedere copie dei libretti di padre Andrea Panont e per ogni approfondimento si può cliccare qui.

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Meditazioni


Il coraggio della provvidenza
Meditazione quotidiana sulla Parola di Dio

Di Redazione

ROMA, 24 Novembre 2014 (Zenit.org) – Vangelo

Lc 21,1-4

Lettura

Luca riserva a Gerusalemme e al Tempio un posto importante nel suo racconto; è l’unico evangelista ad annunciare la caduta di Gerusalemme, distinguendola con chiarezza dalla fine dei tempi. Il Tempio, centro della vita, diventa per lui il culmine del compimento e fine dell’Antico Testamento, il seme da cui spunterà la Chiesa. Gesù vi parla a lungo, mostrandosi come il padrone di quel luogo, ma ne possiede anche una conoscenza intima di chi in esso vi si reca a elevare la sua supplica, e non fa mancare il suo sguardo amorevole.

Meditazione

Siamo nel Tempio, il luogo della presenza. Gesù ci viene presentato come colui che dimora lì, fa gli onori di casa: l’atteggiamento è di chi accoglie: «alzati gli occhi vide…». È concentrato non per isolarsi ma per essere in relazione con tutti e lo fa attraverso lo sguardo. Ci sono i ricchi: fanno la loro offerta e si lasciano notare con il loro fare solenne; essi concorrono alla grandezza del tesoro del Tempio, ma offrono il superfluo, non sono pienamente coinvolti, non gli costa nulla. Sono sottolineati dall’attenzione di chi narra, ma subito viene notata e portata in primo piano una vedova che offre due monetine, poca cosa paragonata al tesoro, ma che Gesù esalta: «Questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti». Essa è povera sia per il suo stato: ha perduto il marito, che si prendeva cura di lei, che le assicurava una dignità sociale e giuridica; sia per la sua condizione: è povera, vive dei suoi stenti. Eppure ha una ricchezza senza eguali: la sua fede in Dio come Provvidenza. Egli è il suo tesoro, la sua dignità, la sua sicurezza, il suo riscatto. È capace, attraverso quello che gli serve per vivere, di consegnare la propria vita incondizionatamente a Dio, che lei riconosce e sa datore di ogni dono. Questa fede non lascia indifferente Gesù che conosce la profondità dei cuori. Questa povera vedova, con la sua spontaneità e la sua umiltà, ci viene offerta da Gesù come modello lungo il cammino che ha tracciato per chi vuole seguirlo. È povera persino del nome, ma è entrata nella schiera dei figli di Dio. La sequela è avere il coraggio di affidarsi totalmente nelle mani di Dio e lasciare che faccia del nostro niente, e della nostra miseria, la ricchezza della sua misericordia e della sua provvidenza.

Preghiera

Rendimi capace, Signore, di affidarmi totalmente alla tua provvidenza, di saper rinunciare alle mie certezze umane. Fa’ della mia pochezza lo strumento della tua infinita misericordia. Donami il coraggio di saper rinunciare non solo del mio superfluo ma anche di ciò che considero indispensabile.

Agire

Presterò particolare attenzione a chi chiede il mio sostegno, usando tutta la delicatezza possibile perché l’altro non si senta mortificato dal mio agire.

Meditazione a cura di don Donatello Camilli, tratta dal mensile “Messa Meditazione”, per gentile concessione di Edizioni ART. Per abbonamenti info@edizioniart.it

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