UNHCR
Briefing bisettimanale alla stampa
7 febbraio 2012
- MALI: LA VIOLENZA NEL NORD COSTRINGE 20.000 PERSONE ALLA FUGA
Briefing bisettimanale alla stampa
7 febbraio 2012
- MALI: LA VIOLENZA NEL NORD COSTRINGE 20.000 PERSONE ALLA FUGA
- AFRICA: STRATEGIE PER PORRE FINE ALLA SITUAZIONE DI LUNGA DATA DEI RIFUGIATI ANGOLANI, LIBERIANI E RUANDESI
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MALI: LA VIOLENZA NEL NORD COSTRINGE 20.000 PERSONE ALLA FUGA
Sono stati dispiegati nei paesi circostanti i team di emergenza dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) che hanno il compito di far fronte alle necessità di circa 20.000 persone fuggite dal Mali a causa dei combattimenti nel nord del paese, soprattutto verso Niger, Burkina Faso e Mauritania.
Gli scontri tra gruppi ribelli Tuareg e forze governative sono cominciati a metà del mese di gennaio nella regione di Azawad, nel Mali settentrionale.
Nelle ultime tre settimane almeno 10.000 persone hanno attraversato il confine per cercare rifugio in Niger, 9.000 in Mauritania e 3.000 in Burkina Faso.
Proviene da Menaka, Mali, la maggior parte dei nuovi arrivati in Niger. Alcuni di loro si sono accampati molto vicino all’insicura frontiera. Molti dormono all’aperto e hanno limitato accesso ad alloggi, acqua potabile, assistenza medica e cibo. Si sono insediati principalmente nei villaggi dei distretti di Tillaberery, Ouallam, e Bilingue, nel nord del paese. Il solo Sinegodar – un villaggio nel distretto di Tillabery – ospita oltre 5.500 maliani e può contare su un solo punto di raccolta dell’acqua che deve servire l’intera popolazione locale e quella dei rifugiati.
La maggior parte di coloro che hanno lasciato il Mali è composta da cittadini maliani, ma nel flusso vi sono anche nigerini che vivevano nel Mali da decenni. Molti attraversavano regolarmente il confine tra i due paesi per cercare pascoli per il loro bestiame.
Le comunità locali che vivono nelle aree di frontiera – esse stesse in difficoltà a causa della crisi alimentare nel Sahel – stanno condividendo le loro risorse con i nuovi arrivati. Anche le autorità hanno provveduto a distribuire cibo.
L’UNHCR ha già inviato in Niger 4 nuovi operatori e altri li seguiranno a breve. L’Agenzia ha poi in programma di inviare nell’area aiuti per 10.000 persone prelevandoli dai suoi depositi nella regione.
Sono invece 3.000 i Tuareg maliani arrivati in Burkina Faso – comunica l’ufficio UNHCR nella capitale Ouagadougou – a seguito degli attacchi alle loro abitazioni e attività commerciali avvenuti la scorsa settimana nella capitale maliana Bamako e nella vicina città di Kati. Molti dei nuovi arrivati hanno trovato ospitalità presso famiglie locali a Ouagadougou e nella città di Bobo-Dioulasso, 320 chilometri a sud-ovest della capitale. Altri nuovi arrivi sono stati registrati nel nord-ovest del paese, soprattutto vicino Djibo, nella provincia di Soum. Entro la fine della settimana è in programma l’invio di una missione congiunta interagenzia – alla quale prenderà parte anche l’UNHCR – che avrà il compito di verificare le necessità della popolazione.
Diverse poi le missioni inviate dall’UNHCR nel villaggio di Fassala, in Mauritania, nella regione di Hodh el Chargi, a 3 chilometri dalla frontiera col Mali, dove dal 25 gennaio sono arrivate oltre 9.000 persone. Si tratta principalmente di maliani di etnia Tuareg provenienti dalla regione di Léré, dall’altra parte del confine. Hanno riferito all’UNHCR di essere fuggiti dai combattimenti tra forze governative e ribelli Tuareg combattenti, nel timore di subire ritorsioni da parte delle truppe dell’esercito.
Con il sostegno dell’UNHCR, le autorità mauritane stanno assistendo i nuovi arrivati. Gli ospedali locali garantiscono i servizi medici, mentre le autorità provvedono al trasporto dell’acqua. Per coprire le necessità più urgenti dei 5.000 rifugiati che si trovano nel sito di Fassala – in particolare cibo e alloggio – UNHCR Mauritania ha distribuito razioni alimentari per 15 giorni e aiuti non alimentari. L’Agenzia rafforzerà inoltre la propria presenza nel paese attraverso il dispiegamento sul terreno di un team di sostegno per le emergenze.
In Mali, i combattimenti tra il movimento di liberazione Touarge MNLA (Mouvement National de Liberation de l’Azawad) e le forze governative sono ripresi lo scorso 17 gennaio, violando un accordo del 2009 che aveva ufficialmente posto fine alla ribellione Tuareg.
AFRICA: STRATEGIE PER PORRE FINE ALLA SITUAZIONE DI LUNGA DATA DEI RIFUGIATI ANGOLANI, LIBERIANI E RUANDESI
L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) sta implementando una serie di strategie organiche mirate a mettere fine a tre situazioni di lunga data in Africa: quelle che riguardano i rifugiati angolani, liberiani e ruandesi.
Inizialmente annunciate nel 2009 dall’Alto Commissario al Comitato Esecutivo – l’organo dirigente dell’Agenzia – tali strategie mirano a perseguire soluzioni per il maggior numero possibile di rifugiati originari dei tre paesi, si trovino essi nel proprio paese d’origine o nei paesi d’asilo.
Tra le soluzioni previste si annoverano un rimpatrio volontario su larga scala – accompagnato da kit di assistenza che aiuteranno i rifugiati di ritorno a reintegrarsi – o uno status giuridico alternativo che consenta loro di continuare a risiedere nei paesi d’asilo. Dopo decenni trascorsi in esilio, molti rifugiati angolani, liberiani e ruandesi hanno stabilito forti legami con le comunità che li hanno accolti, anche attraverso il matrimonio. L’UNHCR auspica che i paesi d’asilo convertano lo status dei rifugiati in permessi di soggiorno che contemplino in ultima istanza anche la cittadinanza, laddove le legislazioni nazionali lo consentano. In Africa occidentale ad esempio i liberiani possono ottenere permessi di soggiorno e lavoro che permettono loro di restare nel paese d’asilo in quanto cittadini dell’ECOWAS, la comunità economica degli stati dell’Africa occidentale.
Le clausole di cessazione trovano fondamento nella Convenzione sui rifugiati del 1951 e nella Convenzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana del 1969. Tali strumenti consentono la cessazione dello status di rifugiato una volta che nel paese d’origine abbiano avuto luogo cambiamenti fondamentali e duraturi, e che non sussistano più le cause che hanno indotto le persone a fuggire. È questo il caso di tutti e tre i paesi d’origine in questione. L’UNHCR raccomanda che la cessazione si applichi ai rifugiati angolani che sono fuggiti dal proprio paese in conseguenza dei conflitti tra il 1961 e il 2002; per i rifugiati liberiani fuggiti dalla guerra civile dal 1989 al 2003 e per i rifugiati ruandesi fuggiti tra il 1959 e il 1998.
L’applicazione della cessazione da parte degli stati non implica che tutti i rifugiati angolani, liberiani e ruandesi perdano automaticamente il loro status di rifugiato o che i paesi d’origine non possano più originare rifugiati. La cessazione non si applicherà ai rifugiati che hanno ancora un fondato timore di persecuzione, né ai rifugiati che hanno convincenti ragioni per non voler tornare a casa a causa di una passata persecuzione. L’UNHCR sta lavorando a stretto contatto con i governi interessati per tutelare il diritto d’asilo in tali casi, anche parallelamente all’implementazione delle strategie. Le clausole di cessazione non si applicherebbero poi ad alcun rifugiato angolano, liberiano e ruandese la cui domanda d’asilo sia ancora in attesa di essere esaminata. Inoltre l’UNHCR rivolge un appello ai governi affinché decidano in maniera appropriata, completa ed equa in merito a tutte le nuove domande d’asilo presentate da angolani, liberiani e ruandesi – o a quelle in sospeso – indipendentemente da quando sia stata istruita la pratica.
L’UNHCR raccomanda inoltre che gli Stati continuino a implementare tutti gli aspetti delle strategie organiche che conducono alla cessazione dello status di rifugiato entro il 30 giugno 2012 per gli angolani e i liberiani, ed entro il 30 giugno 2013 per i ruandesi.
In Angola sono milioni le persone costrette alla fuga da 40 anni di conflitto, cessato grazie a un duraturo accordo di pace siglato nel 2002. Da allora la maggioranza dei rifugiati angolani ha fatto ritorno nel paese, ma oltre 131.000 sono ancora in esilio soprattutto in Repubblica Democratica del Congo e Zambia. La metà di loro ha espresso l’intenzione di rientrare in Angola.
Si è concluso invece con la firma di un Accordo di pace organico nel 2003 – e l’abbandono dell’incarico da parte dell’allora presidente Charles Taylor – il periodo di guerra civile cominciato nel 1989 in Liberia. Circa 200.000 le vittime del conflitto e centinaia di migliaia gli sfollati e i rifugiati. Gran parte dei rifugiati liberiani ha fatto ritorno a casa, ma 63.000 sono ancora in esilio, perlopiù in Costa d’Avorio.
Sostanziali pace e stabilità caratterizzano il Ruanda dal 1999. La grande maggioranza dei ruandesi è fuggita in conseguenza del genocidio del 1994 e dei suoi strascichi, tra cui gli scontri armati nel nord-ovest del paese del 1997-1998 – l’ultima volta che il Ruanda ha conosciuto una fase di violenza generalizzata. Negli ultimi anni la maggioranza dei rifugiati ruandesi è rientrata nel proprio paese, ma oltre 100.000 si trovano ancora in esilio in circa 40 paesi, soprattutto africani.
L’UNHCR ribadisce l’importanza di portare a una conclusione le situazioni protratte di rifugiati, in modo che essi possano riprendere le loro vite nella normalità. È quindi doveroso per la comunità internazionale investire in una chiusura ragionevole di tali situazioni di lunga data. Assistere questi rifugiati nel perseguire soluzioni avrà inoltre l’effetto di prevenire più ingenti flussi migratori misti.
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Ufficio stampa — 06 80212318 — 06 80212315
Portavoce: Laura Boldrini — 06 80212315 — 335 5403194
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